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	<title>edizioni cargo &#187; articoli</title>
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	<pubDate>Tue, 01 Jun 2010 09:31:08 +0000</pubDate>
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		<title>Il senso dell&#8217;umorismo ha un unico effetto: metterti nei guai</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Feb 2010 11:41:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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di Howard Jacobson
Devo smetterla di essere spiritoso, o meglio – non vorrei apparire vanesio –, devo smettere di provarci. Ordini del medico. Ordini di mia moglie. Ordini degli amici. Basta con le battute. E non dire: «Niente più battute, di già». Altrimenti sembra che stai ancora cercando di essere spiritoso.
Non che sia poi così difficile [...]]]></description>
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<p class="MsoNormal"><strong>di Howard Jacobson</strong></p>
<p class="MsoNormal">Devo smetterla di essere spiritoso, o meglio – non vorrei apparire vanesio –, devo smettere di provarci. Ordini del medico. Ordini di mia moglie. Ordini degli amici. Basta con le battute. E non dire: «Niente più battute, di già». Altrimenti sembra che stai ancora cercando di essere spiritoso.<br />
Non che sia poi così difficile obbedire. Oramai non è rimasto più nulla di divertente. Le innumerevoli case di Jacqui Smith – suo marito guarda film a luci rosse in quella di Redditch, mentre la polizia controlla il numero di notti che lei passa in quella di South London, per non parlare della storia dell’appartamento che divide con la sorella, hai la sensazione che da un momento all’altro salterà fuori che ne divide una anche con te – diciamocelo, non c’è proprio niente da ridere. Idem per il quotidiano sconcerto di Gordon Brown. Idem per l’idea che Cameron possa far meglio. Idem per un nuovo romanzo di Dan Brown. Oppure – visto che si parla di libri, e cosa potrebbe esserci di meno divertente dei libri – della ex vincitrice di <em>X Factor</em><span> <span>Leona Lewis che firma copie della sua autobiografia da Waterstone’s.<br />
<span>La sua cosa? La sua autobiografia. Leona Lewis ha ventiquattro anni e lei, o qualcun altro, ha scritto la sua autobiografia. Dovrebbe far ridere ma non è così. Dovrebbe far ridere che migliaia di ragazze la acquisteranno per imparare come diventare un’ex vincitrice di </span><em>X Factor</em><span> e scrivere, o farsi scrivere, l’autobiografia. <span>Dovrebbe far ridere, ma non è così.<br />
Tuttavia, il divieto di fare battute non ha nulla a che vedere con il fatto che ci sia o no qualcosa da ridere. E comunque le battute migliori sono quelle che riescono a illuminare ciò che non è affatto divertente. Pensate ad Amleto al cimitero, che discute con il teschio di Yorick. «Vai da qualche signora e dille che si passi pure sul viso ditate e ditate di trucco. Diventerà così. Falla ridere di questo». Morte e dissoluzione: questa è la vera sfera d’azione del comico.<br />
<span>Per questo cerco di essere </span>spiritoso<span> ogni volta che vado dal dottore. «Allora, che cos’hai?» mi chiede mia moglie quando rientro. «Oh, niente» rispondo. «Che vuol dire niente? Cos’ha detto il medico?». Abbasso gli occhi. La verità è che non me lo ricordo. Perché? Perché mentre parlava non lo stavo a sentire. E per quale ragione? Perché cercavo di divertirlo.<br />
Mentre lo faccio mi sembra una cosa sensata. In quel luogo senza speranze che è il suo ambulatorio i pazienti si accalcano e sfilano, un caso patologico dopo l’altro, infermi, angosciati, ossessionati dai propri malanni. Ha bisogno di qualcuno che gli alleggerisca la mattinata. E considerato dove mi trovo, io ho bisogno di qualcuno che alleggerisca la mia. Così mi metto a scherzare. Quando gli inizia a tremare la mano, penso che avrei fatto meglio a star zitto. Ma mi sono fatto quest’idea: se riesco a farlo sentire più allegro mentre mi visita, non troverà niente. «Ah, ah, ah, indovina cos’hai…». Sembra improbabile, non vi pare? Perciò, pur senza aver precisamente formulato una teoria sul binomio risate-buona salute, devo essermi in qualche modo convinto che finché ce la spassiamo insieme, non salterà fuori nessun tumore maligno annidato da qualche parte nel mio corpo. La conseguenza, però, è che non mi concentro su quel che dice il dottore e dopo, quando torno a casa, non riesco a ricordare cosa pensa che vada o non vada nella mia salute.<br />
<span>Adesso mia moglie mi proibisce di fare lo spiritoso con chiunque venga a casa nostra per lavoro. Soprattutto con quelli che ci mettono meticolosamente in conto ogni minuto. «Ho notato» ho detto la settimana scorsa al tecnico che ci ha riparato il microonde «che non ha dedotto nemmeno un po’ del tempo passato a ridere per le mie battute». </span>Al che lui ha abilmente simulato un altro accesso di risa ancor più convulse, ma sempre senza arrestare il temporizzatore. Non capivo perché mai mia moglie mi guardasse di traverso. «Tieni, pensa tu al conto» mi ha detto dopo.<br />
Che diamine! Quattro ore e mezza per aggiustare un commutatore, a settantacinque sterline l’ora… a partire da quando ha suonato il campanello.<br />
Di recente mia moglie e io abbiamo fatto un esame del sangue assieme. Nessun feticismo, era solo per risparmiare tempo. L’addetto ai prelievi aveva un tesserino da tirocinante. «Quanti ne ha già fatti?» gli ho chiesto. Mia moglie mi ha guardato di traverso. «Quarantotto» ha detto lui. «E quanti sono sopravvissuti?». Altra occhiataccia di mia moglie. Lui ha sorriso. «Tutti, spero» ha detto. «Almeno finora». Si stava occupando di mia moglie in quel momento. Distratto dallo scambio di battute, non ha premuto abbastanza forte il tampone di garza sulla puntura. Ed ecco che subito un livido violaceo delle dimensioni di una palla da tennis le si è allargato sul braccio. Colpa mia. Io distraggo un tirocinante in medicina con una battuta e mia moglie rimane sfregiata.<br />
«Per lo meno la sua mattinata è stata più spassosa del solito» le dico.<br />
In realtà, non sempre le persone che ti sforzi di divertire ti sono riconoscenti. Diversi anni fa entrai da <span>Brooks Brothers in Regent Street, per chiedere un paio di pantaloni di velluto a coste giallo canarino stile Ivy League che avevo visto in vetrina e, con mia grande sorpresa, trovai tutti i commessi schierati in fila, quasi dovessero fare il saluto alla regina; solo che era </span>a me<span> che davano</span> il benvenuto. Chi lo sa, pensai, saranno lettori della mia rubrica. O dei miei romanzi. Possibile che avessi scoperto di avere un numero di lettori che solo <span>Leona Lewis potrebbe sognare di avere?<br />
<span>«</span>Estremamente gentile da parte vostra, ragazzi, ma non è il caso» dissi, aspettandomi un applauso. Nessuno mosse un muscolo. «Ve ne prego, state pure comodi» dissi. Non un battito di ciglia. «Che si fa, misuro da solo la lunghezza della gamba?» domandai a quel punto. Ancora nessun segno di riconoscimento, a meno che non si voglia definire tale il contegno gelido e noncurante di quindici pomposi commessi <span>Brooks Brothers.<br />
Fu soltanto mentre lasciavo il negozio senza pantaloni che udii uno scampanio e appresi che lo staff aveva commemorato l’anniversario dell’11 settembre con due minuti di silenzio. Tutta Regent Street aveva fatto lo stesso. L’unico elemento di disturbo in quella quiete assoluta ero stato io. L’intrattenitore.<br />
Dev’essere una sorta di terrore a farmi agire in questo modo. Finché continui a fare battute, non devi stare ad ascoltare nessun altro. Cos’è che ha scritto <span>George Eliot, in <em>Middlemarch</em></span><span>, riguardo la necessità di un certo tipo di sordità morale, senza la quale «moriremmo per il frastuono che è al di là del silenzio»? Chi di noi vuole davvero sapere quel che il dottore ha da dirci? O ciò che una celebrità pubblicizza? O quel che esige l’ideologo? O ciò che gli avidi hanno da dire in propria discolpa? Meglio soffocare tutto con qualcosa di divertente. Ammesso che si riesca a trovare qualcosa di divertente.</span></span></span></span></span></span></span></span></p>
<p class="MsoNormal"><span>© Howard Jacobson<br />
Originariamente pubblicato su «The Independent»<br />
Traduzione di Milena Zemira Ciccimarra</span></p>
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		<title>Steso sul mio lettino in spiaggia, mi godo la più appagante esperienza di lettura che si possa immaginare</title>
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		<pubDate>Fri, 08 Aug 2008 15:02:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[articoli]]></category>

		<category><![CDATA[articolo]]></category>

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		<description><![CDATA[di Howard Jacobson
Ho scoperto un nuovo piacere: starmene disteso in spiaggia a leggere scrittori che descrivono com’è starsene distesi in spiaggia. Leggere in spiaggia è piuttosto scomodo se non hai un corpo sufficientemente flessuoso da consentirti di trovare il giusto grado di rotazione delle spalle per girare le pagine, o il giusto grado di inclinazione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong style="font-weight: bold;">Howard Jacobson</strong></p>
<p>Ho scoperto un nuovo piacere: starmene disteso in spiaggia a leggere scrittori che descrivono com’è starsene distesi in spiaggia. Leggere in spiaggia è piuttosto scomodo se non hai un corpo sufficientemente flessuoso da consentirti di trovare il giusto grado di rotazione delle spalle per girare le pagine, o il giusto grado di inclinazione della testa necessario a vedere le parole, e se non possiedi l’abilità fisica o astronomica di far arrivare la luce del sole sulle pagine del libro ma non in faccia. Tuttavia in questi casi leggere di qualcuno che non se la cava meglio di te è una vera gioia.<br />
Leggere non è mai tanto soddisfacente come quando ti senti in sintonia con uno scrittore sofferente. Perciò agonizzare disteso sulla spiaggia, leggendo un libro che, meglio di qualunque altro, riesce a evocare le indicibili sofferenze di star distesi in spiaggia, è l’esperienza di lettura più appagante che si possa immaginare.<br />
Se sono riuscito a superare la vacanza dalla quale sono appena rientrato, o quanto meno le ore trascorse in spiaggia, lo devo anche a Simon Gray. Avevo tenuto in serbo <em style="font-style: italic;">The Last Cigarette</em> (L’ultima sigaretta), il terzo volume dei suoi <em style="font-style: italic;">Smoking Diaries</em> (Diari di un fumatore), proprio per questo viaggio, sapendo che la sua magistrale dispepsia comica avrebbe rappresentato il tonico perfetto contro il calore. Tuttavia non mi ero reso conto che anche il protagionista in una parte del libro sarebbe stato in vacanza, di modo che avrei potuto rimanere comodamente disteso e lasciare, per così dire, che fosse lui a scagliare tuoni e fulmini per entrambi.<br />
«Senti questa» dico a mia moglie, che è stesa accanto a me. Sebbene soffra di mal di schiena, e sebbene, proprio come me, non nutra questo gran desiderio di prendere il sole per il quale abbiamo appena sborsato migliaia di sterline, riesce comunque a trovare un modo aggraziato di raggomitolarsi su se stessa e leggere.<br />
Naturalmente, le donne hanno un fisico più elastico degli uomini. Deve avere qualcosa a che fare con il parto. Quando arriva il momento, devono essere in grado di assumere posizioni impensabili per un uomo. Non che siamo venuti qui per avere un bambino. Siamo qui per evitare il sole. E leggere. E a volte ci piace leggerci dei passi ad alta voce.<br />
«Senti questa» dico, interrompendo lei e Philip Roth. Devo confessarlo, non sono proprio contento che se ne stia lì distesa con il suo Philip Roth. L’unica consolazione è che lui non trova più la vita tanto divertente, così almeno non devo sentirla ridere. Non è esattamente una regola, più che altro una sorta di tacito accordo: preferisco che mia moglie non rida quando legge la prosa di un altro uomo – si sa, in una donna una risata denota sempre un apprezzamento erotico –, soprattutto se si trova in posizione prona o semiprona.<br />
Per qualche ragione, però, facciamo un’eccezione con Simon Gray. Non perché non lo consideri una minaccia – per carità, anzi, lo è – ma perché non è uno scrittore rovina-matrimoni, come invece Roth in definitiva è. L’unica spiegazione che posso dare è che Simon Gray ha la capacità di non suscitare le ire di nessuno dei due sessi contro l’altro. Forse a volte, nei suoi testi teatrali, quelli dei primi tempi, può anche averlo fatto, ma sicuramente non nei diari.<br />
Il passaggio che voglio leggere a mia moglie – che, per inciso, ha già letto <em style="font-style: italic;">The Last Cigarette</em>, ma comunque non le dispiace ascoltare di nuovo – è quello in cui l’autore dei diari sta steso sopra un lettino di plastica su una spiaggia di cemento in Grecia, circondato da corpi per i quali non prova nessuna attrazione («quelle piccole striscioline di stoffa che hanno in mezzo alle gambe»), costretto a subire voci che trova insopportabili («voci sulle quali si potrebbe tranquillamente grattugiare il formaggio»), con una sigaretta ficcata in bocca, e «il sole che cola dall’alto filtrando attraverso il cappello di paglia come un’emicrania liquida».<br />
Un’emicrania liquida: un’immagine stupenda, in parte perché rappresenta benissimo quel processo di liquefazione che è praticamente costante – il sole continua a penetrare, il cappello continua a fornire una protezione tutt’altro che adeguata, la testa continua ad arroventarsi, fino a raggiungere il punto di fusione. Così vai avanti a leggere e rileggere la stessa frase, mentre il dolore cresce sempre di più ogni volta che ricominci daccapo.<br />
Tanto che, quando mia moglie mi chiede come mai negli ultimi quindici minuti non l’ho interrotta nemmeno una volta per leggerle un’altra frase o un altro paragrafo, sono costretto a confessarle che sono rimasto all’emicrania liquida, che adesso sta iniziando a riversarsi come oro fuso fuori dal mio cranio.<br />
Oltre che di Simon Gray, un po’ è colpa anche del vero sole. Mentre io me la ridevo tanto, si è insinuato di soppiatto sotto l’ombrellone, ma non riesco a determinare da che parte arriva. Sulle braccia e sul petto ci sono qua e là chiazze di luce intensa, dalle strane forme di diamanti, causate in parte da squarci nella stoffa dell’ombrellone. Potrei alzarmi per cercare un modo di richiuderli, e nel contempo verificare dove si trova il sole, ma lì fuori la temperatura è talmente elevata che se lascio l’ombra per più di una decina di secondi, mi viene senz’altro un melanoma.<br />
E poi, bisogna considerare anche la difficoltà di alzarsi da un lettino prendisole alla mia età. Su cosa fare leva? Se mi spingo troppo forte sul lettino, rischio di farlo sprofondare nella sabbia; se invece mi aggrappo all’asta dell’ombrellone, con il mio peso lo rovescio di sicuro – così, considerato il tempo necessario a rimetterlo in piedi, fa un melanoma a testa, uno per me e uno per mia moglie; quindi non mi resta che la spalla di mia moglie, e non credo che lei apprezzerebbe considerato il suo mal di schiena, e dato il profondo interesse e l’assoluta concentrazione su <em style="font-style: italic;">Exit Ghost</em> (Il fantasma esce di scena) di Philip Roth, che a quanto pare è giunto a un momento critico, ammesso che ci sia qualcosa nell’ultimo Philip Roth che non sia in crisi.<br />
Ed è tempo di crisi anche per Simon Gray. I suoi migliori amici morti o moribondi, il suo amato tabacco che non se la passa molto meglio, il corpo recalcitrante e goffo, che fa sempre più fatica a muoversi… perciò, mentre cerco di schermarmi dai triangoli di luce assassina, prima con quel che è rimasto di un sandwich che stavo mangiando, poi con <em style="font-style: italic;">The Last Cigarette</em> (una manovra che mi richiede di reggere il libro in equilibrio sulle caviglie, e dunque di piegarmi il doppio per arrivare a vedere le parole), i miei sentimenti di solidarietà si fanno sempre più intensi. «Non è esattamente serenità, si tratta più di una sorta di inerzia dello spirito» scrive Gray, descrivendo quello «stato d’animo sospeso, quando sai che ci sono parecchie cose di cui preoccuparsi, ma non riesci a ricordare di cosa si tratti». Non possiamo aspettarci altro che questo ormai: una piacevole inerzia dello spirito, il che è di per sé una grande idea, perché l’espressione stessa rivela la sua impossibilità, o quanto meno la sua transitorietà.<br />
Eppure no, qualcosa di più piacevole c’è in questo nuovo volume dei diari di Gray. Non una diluizione della rabbia, né una minimizzazione della disperazione, e certamente nessuna falsa consolazione. Ma una gran profusione di calore, specialmente nelle descrizioni dei suoi amici Alan Bates, Ian MacKillop, Harold Pinter. Ritratti senza dubbio sagaci, ma infinitamente commoventi anche, nella loro esplicita ammissione di affetto. Bisogna avere una certa età per scrivere così. Non si tratta solo dell’arguzia, ma di quella delicatezza che solo con il tempo si acquista e di cui un giovane non sarebbe mai capace. Così mi consolo con questo pensiero, mentre giaccio mezzo morto sotto il sole.</p>
<p>Pubblicato originariamente su «<a href="http://www.independent.co.uk/opinion/commentators/howard-jacobson/howard-jacobson-i-lay-on-my-sun-bed-and-enjoyed-the-most-perfect-reading-experience-you-can-imagine-815876.html" target="_blank">The Independent</a>»</p>
<p>Traduzione di Milena Zemira Ciccimarra</p>
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		<title>Bernard Krigstein, chi era costui?</title>
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		<pubDate>Fri, 08 Aug 2008 15:00:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[di Massimo Paravizzini
Bernard Krigstein (1919-1990) è stato un pittore, illustratore e fumettista americano. Nato il 22 marzo 1919 a Brooklyn, New York, Krigstein fu educato come un pittore classico. Oggi, però, viene ricordato soprattutto per il suo fondamentale contributo alla storica casa editrice di fumetti EC Comics, fondata da William Gaines. In un periodo in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>di Massimo Paravizzini</em></p>
<p><strong>Bernard Krigstein</strong> (1919-1990) è stato un pittore, illustratore e fumettista americano. Nato il 22 marzo 1919 a Brooklyn, New York, Krigstein fu educato come un pittore classico. Oggi, però, viene ricordato soprattutto per il suo fondamentale contributo alla storica casa editrice di fumetti EC Comics, fondata da William Gaines. In un periodo in cui molti suoi colleghi consideravano il fumetto come un semplice prodotto di consumo, Krigstein lottò per espanderne i limiti espressivi. Fu negli anni Cinquanta che Krigstein iniziò a collaborare attivamente al parco testate della EC Comics, introducendo un nuovo modo di concepire il racconto a fumetti. Da allora, le sue storie apparvero su numerose riviste di suspense, horror e fantascienza, tra le quali «The Vault of Horror», «Crime SuspenStories», «Weird Science-Fantasy», e «Two-Fisted Tales».</p>
<p>Tra i titoli di punta della nuova linea editoriale inaugurata dalla EC Comics vi era «Impact»,<strong> </strong>pubblicata nel 1955. Il bimestrale, diretto dallo sceneggiatore Al Feldstein, ebbe purtroppo vita breve (durò appena cinque numeri), ma lasciò ugualmente un segno indelebile nella storia del fumetto americano. Le copertine portavano la firma di Jack Davis, uno dei nomi più importanti del <em>comicdom</em> di quegli anni, mentre le storie all’interno erano illustrate da artisti del calibro dello stesso Davis, di George Evans, Jack Kamen, Graham Ingels, Joe Orlando, Reed Crandall e, appunto, Bernard Krigstein. Sul numero d’esordio di «Impact» (marzo-aprile 1955), Krigstein pubblicò il suo lavoro più famoso, su soggetto di Feldstein: <em>Master Race</em>, un potente racconto sull’Olocausto considerato, ancora oggi, una pietra miliare del fumetto. Questa splendida storia di otto pagine si fa notare sia per il moderno stile cinematografico (si osservi, per esempio, come Krigstein fosse già allora in grado di accelerare o rallentare il processo di lettura, sia utilizzando vignette di diverso formato che aumentando o diminuendo lo spazio bianco tra una vignetta e l’altra) adottato dall’autore che per la scelta del soggetto. Fino ad allora, infatti, il tema dell’Olocausto era stato affrontato di rado tanto dalla cultura “alta” quanto da quella “popolare”. Per questo motivo, in un articolo intitolato <em>“Master Race” e l’Olocausto</em>, Martin Jukovsky descrive la pubblicazione di <em>Master Race</em> nei termini di «un’impresa eccezionale»:</p>
<p>«Quando la EC pubblicò <em>Master Race</em> nel 1955, nei mass media non si parlava molto dell’assassinio di quei milioni di ebrei, zingari, oppositori politici e omosessuali da parte dei nazisti. Quelle immagini che ritraevano le camere a gas, le montagne di corpi ammonticchiati come legna, e il fumo dei corpi bruciati che fuoriusciva continuamente da alte ciminiere non avevano ancora messo radici nella coscienza collettiva. Ma quel materiale era lì. Bastava darci un’occhiata. La fotografia di Margaret Bourke-White pubblicata su <em>Life</em>, in cui si vedevano dei volti smorti fissare l’obiettivo dietro una recinzione di filo spinato – scattata durante l’evacuazione di un campo di concentramento alla fine della Seconda guerra mondiale – era stata ristampata in diverse occasioni. Questa foto, ormai familiare, echeggia nella quinta vignetta di pagina quattro di <em>Master Race</em>, così come nella versione del 1972 del <em>Maus</em> di Art Spiegelman (contenuta nel libro intitolato <em>Breakdowns</em>).  <em>Five Chimneys. The Story of Auschwitz, </em>lo sconvolgente resoconto di Olga Lenyel, sopravvissuta a un campo di sterminio, fu pubblicato nel 1947. <em>Theory and Practice of Hell</em>, di Eugen Kogon, che descriveva in dettaglio gli orribili meccanismi di funzionamento dei campi di sterminio tedeschi, uscì nel 1950. Man mano iniziarono a emergere dati concreti sull’incredibile numero di vittime e sulla fredda, risoluta efficienza con cui furono uccise. Molti americani iniziarono a discutere i crimini innominabili dell’Olocausto, ma la maggior parte non riusciva ancora a crederci. <em>Master Race</em> di Krigstein rappresentò perciò un’impresa eccezionale. Come parte del loro contributo agli sforzi della propaganda antitedesca, i film e i fumetti di guerra avevano mostrato i campi di concentramento e la brutalità dei nazisti. Ma non avevano mai mostrato i campi di sterminio (distinguendoli dai campi di concentramento) e quelle atrocità uniche, come gli esperimenti di medicina condotti sui vivi… Il racconto di Krigstein non si preoccupò di proteggere la sensibilità e l’autocompiacimento dei lettori del dopoguerra. Nella settima vignetta di pagina quattro, i cittadini si coprono il naso con un fazzoletto per proteggersi dal &#8220;puzzo di carne umana bruciata nei forni… di uomini… donne… bambini…&#8221;. Roghi di libri, sepolture di massa, una scena silenziosa che mostra come veniva eseguita in pratica un’operazione chirurgica su una cavia umana – <em>Master Race</em> descrive in maniera essenziale la follia della Germania nazista, così come la bruciante vendetta ispirata da questi crimini innominabili».</p>
<p>Più tardi, terminata la collaborazione con la EC Comics, Krigstein realizzò fumetti e vignette umoristiche per la celebre rivista «Mad». Alcune sue storie, come <em>From Eternity Back to Here</em>, <em>Bringing Back Father</em> e <em>Crash McCool</em>, sono considerate da Art Spiegelman, il celebre autore di <em>Maus</em>, tra le più grandi creazioni a fumetti di tutti i tempi.</p>
<p>Nei primi anni Sessanta, frustrato dai continui compromessi posti dall’industria del fumetto, che gli impedivano di esprimersi ai livelli che avrebbe voluto, Krigstein cominciò ad allontanarsi sempre di più dal mondo del fumetto, preferendo realizzare copertine e illustrazioni per riviste<em> </em>(tra cui «Harpers» e «American Heritage»), libri e dischi. Infine, si dedicò completamente alla pittura. Nel 1962 fu assunto alla High School of Art and Design di New York, dove insegnò per vent’anni.</p>
<p>Dopo la sua scomparsa, Krigstein ha ottenuto i più alti riconoscimenti del mondo del fumetto, compreso un Harvey Award (1992) e un Eisner Award (2003). Sempre nel 2003, è stato inserito nel Comic Book Hall of Fame.</p>
<div></div>
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