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	<title>Edizioni Cargospeciali | Edizioni Cargo</title>
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		<title>Oggi gli ebrei in Inghilterra sono demonizzati (a teatro)</title>
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		<pubDate>Sat, 25 Nov 2006 11:23:48 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[speciali]]></category>

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		<description><![CDATA[&#160; Howard Jacobson. L’autore de L’imbattibile Walzer ama i perdenti, anche a ping pong, sport amato dalla comunità ebraica. «Gli inglesi temono gli islamici, l’aria contro Israele è sempre più pesante». Ahmadinejad? «Lo chiuderei in una cella con Primo Levi per fargli cambiare idea». di Antonello Guerrera In Italia, come non di rado accade, è arrivato tardi. Forse perché la sua produzione letteraria è visceralmente legata al suo territorio, ovvero quei tragicomici angoli ebraici di Manchester. Ma Howard Jacobson, scrittore britannico ed editorialista dell’Independent, non poteva essere più ignorato. Bene ha fatto Cargo a portare in Italia nel 2008 il suo Kalooki Nights e poi, a fine 2009, L’imbattibile Walzer (448 pp., euro 19,50) che quando uscì in Inghilterra (nel lontano 1999) vinse il Premio Wodehouse per il libro comico (poi ottenuto due anni dopo da Jonathan Coe). Il massimo comun divisore della produzione letteraria di Jacobson è uno spudorato, eccentrico e corrosivo jewish humour, presente anche in L’imbattibile Walzer, probabilmente la sua opera più autobiografica: è la storia di Oliver Walzer, ragazzino timido e insicuro che comincia a dialogare con il mondo a colpi di ping pong e controverse esperienze sessuali, dall’adolescenza inzuppata di yiddish all’aspra maturità. Alla vigilia [...]]]></description>
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		<title>Planet Ping Pong</title>
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		<pubDate>Fri, 24 Nov 2006 11:19:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Una curiosità: una puntata di “Planet Ping Pong”, documentario televisivo dedicato al ping-pong. Tra gli ospiti c’è il nostro Howard Jacobson che legge alcuni passi de “L’imbattibile Walzer” e parla dell’universo ping-pong, così come lo ha conosciuto lui negli anni Cinquanta, e delle sue successive evoluzioni. http://www.youtube.com/watch?v=DaK8jIKWM0U&#38;amp;feature=related]]></description>
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		<title>Intervista a Hugh Nissenson</title>
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		<pubDate>Sat, 30 Sep 2006 14:52:32 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[days of awe]]></category>
		<category><![CDATA[hugh nissenson]]></category>

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		<description><![CDATA[A cura di Richard Klin &#160; RICHARD KLIN Se ricordo bene, hai cominciato come copy editor per il «New York Times». HUGH NISSENSON Non ero propriamente un redattore. Ero più un ragazzo di bottega. Era un lavoro davvero seducente, mi piaceva molto: ero solo l’ultima ruota del carro, ma lavoravo fianco a fianco con famosi giornalisti e uomini di grande talento. Un giorno, tornando a casa, confidai a mia madre che ero molto combattuto, mi trovavo di fronte a un dilemma, perché mi avevano offerto una promozione. «E qual è il dilemma?» chiese lei. E io: «Beh, la prosa che questi tizi scrivono non è la quella che voglio scrivere io». Io volevo fare narrativa, volevo essere un artista. Lei mi disse: «Vieni a stare da me… e impara a scrivere scrivendo!». Le ero grato per la possibilità che mi offriva, e così feci: mi alzavo ogni mattina e cominciavo a scrivere, imparavo a scrivere racconti scrivendo racconti. E poi un giorno per caso ho ottenuto un lavoro in Israele, dovevo scrivere un film. Così partii per Israele a ventiquattro anni, e ci rimasi due anni. È stato lì che ho scritto la mia prima storia pubblicabile. Lì trovai il [...]]]></description>
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		<title>Intervista a Lore Segal</title>
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		<pubDate>Sat, 30 Sep 2006 14:39:58 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[il suo primo americano]]></category>
		<category><![CDATA[segal]]></category>

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		<description><![CDATA[&#160; A cura di Han Ong, «Bomb Magazine» LORE SEGALSono lenta. Mi ci sono voluti diciotto anni per scrivere Il suo primo americano come volevo. E mi sono fermata a metà per lavorare a un altro libro intitolato Lucinella, di cui nessuno ha mai sentito parlare. Che da solo mi ha preso cinque anni. Sono lenta, perché torno sempre indietro alla prima frase. A qualsiasi punto sia arrivata, continuo a lavorare su quella prima frase, persino se sto scrivendo l’ultima pagina. Una faccenda piuttosto scomoda, ma non so come si faccia a cambiare un modus operandi ormai radicato. Non ci ho nemmeno mai provato. Fa un po’ paura scuotere le fondamenta del sistema. HAN ONGDurante tutti questi anni, ha mai avuto timore che non riuscirà a scrivere nessun altro libro, visto che le occorre tutto questo tempo? Certamente. Ci sono cose che vorrei dire e non potrò farlo, questo mi dispiace. Esistono diversi modi di avvitarsi su se stessi, se così si può dire. Ricordo che quando cominciai Il suo primo americano non riuscivo a decidere se la protagonista dovesse essere nubile o sposata. Non riuscivo a vederla con chiarezza. Se non riesci a definire il tuo personaggio principale, pensavo, [...]]]></description>
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		<title>L&#8217;Olocausto di Bernie Krigstein</title>
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		<pubDate>Tue, 08 Aug 2006 15:03:28 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[speciali]]></category>

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		<description><![CDATA[In “Kalooki Nights” di Howard Jacobson vengono citati spesso personaggi e autori di fumetti. Uno degli artisti sui quali il protagonista del romanzo, Max Glickman, torna in più di un’occasione è il grande fumettista ebreo americano Bernard “Bernie” Krigstein. In un capitolo del romanzo, Max descrive una tavola di un celebre racconto a fumetti di Krigstein, “Master Race”, coraggioso tentativo di rappresentare per la prima volta gli orrori dell’Olocausto in un fumetto popolare. Pubblichiamo qui di seguito l’estratto di quel capitolo insieme alla splendida tavola di “Master Race”. In uno dei suoi tanti viaggi in America, Rodney Silverman si era imbattuto in una rivista a fumetti intitolata «Impact», contenente una storia illustrata che credeva potesse interessarmi. Master Race, scritta da Al Feldstein con disegni di Bernard Krigstein. Questi ebrei! Feldstein e Krigstein! Dove saremmo noi se non ci fossero stati questi ebrei? Questo non lo disse Rodney Silverman, ma io. Quel che disse Rodney Silverman fu che lui credeva che Master Race fosse niente male, e che anche io l’avrei pensata così&#8230; Ancora sentite condoglianze e i miei più cari saluti, Rodney. Aveva ragione. Anche a me sembrò niente male. Presumo che oggi lo definiremmo un noir. Mostrava un tratto futuristico [...]]]></description>
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		<title>Steso sul mio lettino in spiaggia, mi godo la più appagante esperienza di lettura che si possa immaginare</title>
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		<pubDate>Tue, 08 Aug 2006 15:02:03 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[articolo]]></category>
		<category><![CDATA[Howard Jacobson]]></category>

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		<description><![CDATA[di Howard Jacobson Ho scoperto un nuovo piacere: starmene disteso in spiaggia a leggere scrittori che descrivono com’è starsene distesi in spiaggia. Leggere in spiaggia è piuttosto scomodo se non hai un corpo sufficientemente flessuoso da consentirti di trovare il giusto grado di rotazione delle spalle per girare le pagine, o il giusto grado di inclinazione della testa necessario a vedere le parole, e se non possiedi l’abilità fisica o astronomica di far arrivare la luce del sole sulle pagine del libro ma non in faccia. Tuttavia in questi casi leggere di qualcuno che non se la cava meglio di te è una vera gioia. Leggere non è mai tanto soddisfacente come quando ti senti in sintonia con uno scrittore sofferente. Perciò agonizzare disteso sulla spiaggia, leggendo un libro che, meglio di qualunque altro, riesce a evocare le indicibili sofferenze di star distesi in spiaggia, è l’esperienza di lettura più appagante che si possa immaginare. Se sono riuscito a superare la vacanza dalla quale sono appena rientrato, o quanto meno le ore trascorse in spiaggia, lo devo anche a Simon Gray. Avevo tenuto in serbo The Last Cigarette (L’ultima sigaretta), il terzo volume dei suoi Smoking Diaries (Diari di un [...]]]></description>
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		<title>Bernard Krigstein, chi era costui?</title>
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		<pubDate>Tue, 08 Aug 2006 15:00:45 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[impact]]></category>
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		<category><![CDATA[master race]]></category>

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		<description><![CDATA[di Massimo Paravizzini Bernard Krigstein (1919-1990) è stato un pittore, illustratore e fumettista americano. Nato il 22 marzo 1919 a Brooklyn, New York, Krigstein fu educato come un pittore classico. Oggi, però, viene ricordato soprattutto per il suo fondamentale contributo alla storica casa editrice di fumetti EC Comics, fondata da William Gaines. In un periodo in cui molti suoi colleghi consideravano il fumetto come un semplice prodotto di consumo, Krigstein lottò per espanderne i limiti espressivi. Fu negli anni Cinquanta che Krigstein iniziò a collaborare attivamente al parco testate della EC Comics, introducendo un nuovo modo di concepire il racconto a fumetti. Da allora, le sue storie apparvero su numerose riviste di suspense, horror e fantascienza, tra le quali «The Vault of Horror», «Crime SuspenStories», «Weird Science-Fantasy», e «Two-Fisted Tales». Tra i titoli di punta della nuova linea editoriale inaugurata dalla EC Comics vi era «Impact», pubblicata nel 1955. Il bimestrale, diretto dallo sceneggiatore Al Feldstein, ebbe purtroppo vita breve (durò appena cinque numeri), ma lasciò ugualmente un segno indelebile nella storia del fumetto americano. Le copertine portavano la firma di Jack Davis, uno dei nomi più importanti del comicdom di quegli anni, mentre le storie all’interno erano illustrate da artisti [...]]]></description>
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		<title>Jacobson &#124; interviste</title>
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		<pubDate>Sat, 29 Jul 2006 09:55:53 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Kalooki Nights, il nono romanzo di Jacobson, come tutti i precedenti, riesce a essere complesso e divertente. In più, è una profonda riflessione sul senso di appartenenza. Come afferma l’autore: «Si rivolge (oltre a esserne il prodotto) ai turbolenti tempi in cui viviamo». Ne eri consapevole mentre lo scrivevi? Certo, senza dubbio. Una delle domande che mi ponevo di continuo era se oggi la gente parla degli ebrei in modo diverso da prima. Quando finii il mio ultimo libro, pensai: non ne scriverò un altro sugli ebrei. Si sa già tutto degli ebrei. La gente è un po’ stanca di sentirne parlare. Persino noi lo siamo. E poi, un giorno, mi sveglio e mi dico: perché no? Conosco bene quel mondo, e mi piace. In questo senso, è il libro più ebreo di tutti quelli che ho scritto. Ebreo, ebreo, ebreo&#8230; questa parola compare in ogni frase. Pensa, persino io mi sono sposato con delle donne non ebree. Non che questo mi dia fastidio. Io me la prendo soprattutto con quegli ebrei che hanno paura, con i pusillanimi, quelli che si nascondono. Questo libro è pieno di rabbia verso quel tipo di ebrei. Ero davvero infuriato quando l’ho scritto. Pensi [...]]]></description>
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		<title>Il senso dell&#8217;umorismo ha un unico effetto: metterti nei guai</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Feb 2006 11:41:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[speciali]]></category>

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		<description><![CDATA[&#160; di Howard Jacobson Devo smetterla di essere spiritoso, o meglio – non vorrei apparire vanesio –, devo smettere di provarci. Ordini del medico. Ordini di mia moglie. Ordini degli amici. Basta con le battute. E non dire: «Niente più battute, di già». Altrimenti sembra che stai ancora cercando di essere spiritoso. Non che sia poi così difficile obbedire. Oramai non è rimasto più nulla di divertente. Le innumerevoli case di Jacqui Smith – suo marito guarda film a luci rosse in quella di Redditch, mentre la polizia controlla il numero di notti che lei passa in quella di South London, per non parlare della storia dell’appartamento che divide con la sorella, hai la sensazione che da un momento all’altro salterà fuori che ne divide una anche con te – diciamocelo, non c’è proprio niente da ridere. Idem per il quotidiano sconcerto di Gordon Brown. Idem per l’idea che Cameron possa far meglio. Idem per un nuovo romanzo di Dan Brown. Oppure – visto che si parla di libri, e cosa potrebbe esserci di meno divertente dei libri – della ex vincitrice di X Factor Leona Lewis che firma copie della sua autobiografia da Waterstone’s. La sua cosa? La sua [...]]]></description>
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