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	<title>edizioni cargo &#187; interviste</title>
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	<pubDate>Tue, 01 Jun 2010 09:31:08 +0000</pubDate>
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		<title>Oggi gli ebrei in Inghilterra sono demonizzati (a teatro)</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Feb 2010 11:23:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[interviste]]></category>

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		<description><![CDATA[
Howard Jacobson. L’autore de L’imbattibile Walzer ama i perdenti, anche a ping pong, sport amato dalla comunità ebraica. «Gli inglesi temono gli islamici, l’aria contro Israele è sempre più pesante». Ahmadinejad? «Lo chiuderei in una cella con Primo Levi per fargli cambiare idea».
di Antonello Guerrera

In Italia, come non di rado accade, è arrivato tardi. Forse [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!--StartFragment--></p>
<p class="MsoNormal"><strong style="font-weight: bold;">Howard Jacobson. L’autore de </strong><em style="font-style: italic;"><strong style="font-weight: bold;">L’imbattibile Walzer</strong></em><strong style="font-weight: bold;"> ama i perdenti, anche a ping pong, sport amato dalla comunità ebraica. «Gli inglesi temono gli islamici, l’aria contro Israele è sempre più pesante». Ahmadinejad? «Lo chiuderei in una cella con Primo Levi per fargli cambiare idea».<br />
di Antonello Guerrera</strong></p>
<p class="MsoNormal"><!--StartFragment--></p>
<p class="MsoNormal">In Italia, come non di rado accade, è arrivato tardi. Forse perché la sua produzione letteraria è visceralmente legata al suo territorio, ovvero quei tragicomici angoli ebraici di Manchester. Ma Howard Jacobson, scrittore britannico ed editorialista dell’<em style="font-style: italic;">Independent</em><span>, non poteva essere più ignorato. Bene ha fatto Cargo a portare in Italia nel 2008 il suo </span><em style="font-style: italic;">Kalooki Nights</em><span> e poi, a fine 2009, </span><em style="font-style: italic;">L’imbattibile Walzer</em><span> (448 pp., euro 19,50) che quando uscì in Inghilterra (nel lontano 1999) vinse il Premio Wodehouse per il libro comico (poi ottenuto due anni dopo da Jonathan Coe). Il massimo comun divisore della produzione letteraria di Jacobson è uno spudorato, eccentrico e corrosivo </span><em style="font-style: italic;">jewish humour</em><span>, presente anche in </span><em style="font-style: italic;">L’imbattibile Walzer</em><span>, probabilmente la sua opera più autobiografica: è la storia di Oliver Walzer, ragazzino timido e insicuro che comincia a dialogare con il mondo a colpi di ping pong e controverse esperienze sessuali, dall’adolescenza inzuppata di yiddish all’aspra maturità. Alla vigilia della Giornata della memoria, </span><em style="font-style: italic;">il Riformista</em><span> ha avuto il piacere di intervistare l’autore.</span></p>
<p class="MsoNormal"><strong style="font-weight: bold;">Mr. Jacobson, cosa rende lo humour ebraico, ingrediente essenziale dei suoi romanzi, così unico?<br />
<span style="font-weight: normal;">Il masochismo. È uno humour che si è sviluppato negli anni come uno scudo dopo tutto quello che la comunità ha passato. Se testi il dolore volontariamente sulla tua pelle, non hai più paura del male che ti possono infliggere gli altri. Lo sa quante battute degli ebrei toccano le viscere più drammatiche della nostra storia, come l’Olocausto o i lager? Scherziamo su tutto, questa è una vittoria intellettuale sui nostri nemici.</span></strong></p>
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoNormal"><strong style="font-weight: bold;">Quanto è autobiografico <em style="font-style: italic;">L’imbattibile Walzer</em></strong><span><strong style="font-weight: bold;">?<br />
<span style="font-weight: normal;">Moltissimo, più di altri miei romanzi. Innanzitutto c’è il ping pong, una mia grande passione e un’istituzione per la comunità ebraica. Le nostre madri ci dissuadevano dall’intraprendere sport più duri come il rugby e il calcio per dirottarci sul “più sicuro” tavolo da gioco del ping pong. E poi ci sono lo scenario di Manchester, la seconda città inglese per popolazione <em style="font-style: italic;">jewish</em><span>, la progressiva perdita dello yiddish, gli affari sbagliati di mio padre. Insomma, tutto il mio nostalgico mondo in una calda commedia umana, nella quale Oliver non riesce a realizzare i suoi sogni. Ma mi piacciono i perdenti. Sono più commoventi.</span></span></strong></span></p>
<p class="MsoNormal"><strong style="font-weight: bold;">Lei è stato definito il Philip Roth inglese, ma anche la “Jane Austen ebrea”. In chi si riconosce di più?<br />
<span style="font-weight: normal;">A dire il vero, mi hanno definito anche il Woody Allen inglese. L’ho visto circa due mesi fa qui a Londra e gliel’ho detto. Lui mi ha risposto: «Mi dispiace!». Una cosa è certa, comunque: tutti si riferiscono al mio essere ebreo. E, mi creda, è raro trovare in Gran Bretagna uno scrittore ebreo che scriva di vicende ebraiche, perché tutti cercano di travestirsi da inglesi. Mentre la più giovane cultura degli Stati Uniti d’America ha un evidente sostrato ebraico, l’Inghilterra ha sempre lasciato poco spazio alla cultura del nostro popolo, perché chiusa in se stessa. Oltremanica ti senti sempre uno straniero e devi lottare tanto per farti sentire.</span></strong></p>
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoNormal"><strong style="font-weight: bold;">A questo proposito, da ebreo, come è cambiata la sua vita in una nazione come l’Inghilterra che anno dopo anno incrementa la sua comunità islamica?<br />
<span style="font-weight: normal; ">Teoricamente non mi sento più alienato di prima. Anzi, è un fenomeno che desta il mio interesse, dal momento che ebrei ed islamici hanno molto in comune nella loro alienazione. Però il dialogo spesso è impossibile perché siamo costantemente distratti da quello che accade in Medio Oriente tra Israele e Palestina. La cosa più preoccupante, tuttavia, è che i britannici sembrano aver paura dei musulmani e li accontentano in diverse circostanze, a differenza degli ebrei. In Inghilterra, Israele viene spesso descritto, a priori, in maniera ingiusta.</span></strong></p>
<p class="MsoNormal"><strong style="font-weight: bold;">È quello che lei, sull’<em style="font-style: italic;">Independent</em></strong><span><strong style="font-weight: bold;">, ha chiamato «l’antico pregiudizio» sugli ebrei?<br />
<span style="font-weight: normal; ">Certo, soprattutto quando vedo che non c’è spazio per il dibattito politico e ognuno si barrica nei luoghi comuni. Un anno fa è stata emblematica a Londra la rappresentazione teatrale <em style="font-style: italic;">Seven Jewish Children. A Play for Gaza</em><span> di Caryll Churchill, dove gli ebrei venivano dipinti come demoni, festanti alla morte dei bambini palestinesi. Così si esula dalla mera politica. Le radici di questo astio nei confronti di Israele risalgono alla guerra dei Sei Giorni e poi alla caduta del comunismo nell’89, quando la sinistra, specialmente quella inglese, aveva perso ogni punto di riferimento e allora, riallacciandosi a Marx e Trotskij e visto che gli ebrei erano i “capitalisti ricchi”, si è schierata unilateralmente e irrazionalmente contro gli ebrei.</span></span></strong></span></p>
<p class="MsoNormal"><strong style="font-weight: bold;">Lei è stato definito un «sionista liberale». Si riconosce in questa definizione?<br />
<span style="font-weight: normal; ">Il sionismo è stato travisato da molti, perciò lo difendo: non è un’ideologia brutale, la maggioranza degli ebrei voleva e vuole vivere in pace con i palestinesi. Io, che non sono sionista, resto sempre dell’idea che la coesistenza dei due stati sia l’unica soluzione possibile.</span></strong></p>
<p class="MsoNormal"><strong style="font-weight: bold;">Crede che Ahmadinejad sia capace di un nuovo Olocausto?<br />
<span style="font-weight: normal; ">Difficile dirlo. Rifiutando di riconoscere la Shoah, è lui il peggior criminale oggi. Lo chiuderei in una cella con Primo Levi per fargli cambiare idea. Certo è che l’aria in generale per gli ebrei è sempre più pesante, anche qui in Inghilterra. Decenni fa non avevamo paura dei musulmani, adesso sì: la propaganda anti israeliana è diventata giorno dopo giorno più feroce.</span></strong></p>
<p class="MsoNormal"><strong style="font-weight: bold;">Cosa voterà alle imminenti elezioni inglesi?<br />
<span style="font-weight: normal; ">Sicuramente non per i Labour. Mi disgusta che ora, per vincere le elezioni, si facciano vedere con vip e cantanti di ogni tipo, mentre la gente ha un estremo bisogno di educazione e cultura. Ma non posso votare neanche i conservatori, perché tradirei la militanza sindacale di mio padre. Il problema è che l’Inghilterra in questo momento è nel caos, la crisi economica si è portata via anche le idee.</span></strong></p>
<p class="MsoNormal"><strong style="font-weight: bold;">Perché considera la sicurezza nazionale inglese più importante dei diritti civili?<br />
<span style="font-weight: normal;">Si parla sempre del Regno Unito come uno stato di polizia controllato dalle telecamere di sicurezza, ma sono stupidaggini. I terroristi ci sono ed è giustissimo avere paura. In situazioni di emergenza come l’11/9 e affini è doveroso che lo stato ponga limiti alle libertà personali per rendere la nostra vita più sicura. Un uomo morto libero non è un uomo libero.</span></strong></p>
<p class="MsoNormal"><strong style="font-weight: bold;"><span style="font-weight: normal;">Intervista pubblicata su «il Riformista», 26 gennaio 2010</span></strong></p>
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoNormal">
<p><!--EndFragment--></p>
<p><!--EndFragment--></p>
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		<title>Intervista a Hugh Nissenson</title>
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		<pubDate>Wed, 30 Sep 2009 14:52:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<category><![CDATA[days of awe]]></category>

		<category><![CDATA[hugh nissenson]]></category>

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		<description><![CDATA[A cura di Richard Klin

RICHARD KLIN Se ricordo bene, hai cominciato come copy editor per il «New York Times».
HUGH NISSENSON Non ero propriamente un redattore. Ero più un ragazzo di bottega. Era un lavoro davvero seducente, mi piaceva molto: ero solo l’ultima ruota del carro, ma lavoravo fianco a fianco con famosi giornalisti e uomini [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!--StartFragment--><span><strong>A cura di Richard Klin</strong></span></p>
<p><!--StartFragment--></p>
<p class="MsoNormal"><strong>RICHARD KLIN</strong> <em>Se ricordo bene, hai cominciato come copy editor per il «New York Times».<br />
<span style="font-style: normal;"><strong>HUGH NISSENSON</strong> Non ero propriamente un redattore. Ero più un ragazzo di bottega. Era un lavoro davvero seducente, mi piaceva molto: ero solo l’ultima ruota del carro, ma lavoravo fianco a fianco con famosi giornalisti e uomini di grande talento. Un giorno, tornando a casa, confidai a mia madre che ero molto combattuto, mi trovavo di fronte a un dilemma, perché mi avevano offerto una promozione. «E qual è il dilemma?» chiese lei. E io: «Beh, la prosa che questi tizi scrivono non è la quella che voglio scrivere io». Io volevo fare narrativa, volevo essere un artista. Lei mi disse: «Vieni a stare da me… e impara a scrivere scrivendo!». Le ero grato per la possibilità che mi offriva, e così feci: mi alzavo ogni mattina e cominciavo a scrivere, imparavo a scrivere racconti scrivendo racconti. E poi un giorno per caso ho ottenuto un lavoro in Israele, dovevo scrivere un film. Così partii per Israele a ventiquattro anni, e ci rimasi due anni. È stato lì che ho scritto la mia prima storia pubblicabile. Lì trovai il terreno – Israele, gli ebrei –, la metafora su cui ho lavorato per più di vent’anni. Quell’esperienza mi fece comprendere ciò che volevo davvero scrivere. All’inizio credevo di essere solo uno scrittore di racconti. Ero affascinato dalla forma del racconto… in genere sono molto affascinato dai problemi legati alla forma. È una questione sulla quale rifletto molto. Poi verso i trent’anni ho scritto un libro – un intero libro – che era il resoconto della mia esperienza in un kibbutz israeliano dall’estate del 1965 fino alla guerra dei sei giorni.</span></em></p>
<p class="MsoNormal"><em>Stai parlando di </em><span>Notes from the frontier</span><em>.<br />
<span style="font-style: normal;">Sì, <em>Notes from the frontier</em><span>. Poi scrissi un’altra raccolta di racconti, e solo dopo – quando avevo trentanove, o quarant’anni – concepii l’idea del mio primo romanzo, che è </span><em>Le mie radici</em><span>. Mi ci sono voluti due anni e nove mesi per scriverlo, ed è stato il mio ultimo romanzo convenzionale.</span></span></em></p>
<p class="MsoNormal"><em>La tua scrittura è caratterizzata da un eclettismo davvero strabiliante. L’unico paragone immediato a cui riesco a pensare è Stanley Kubrick, che ovviamente non è uno scrittore. Hai raccontato il processo a Eichmann nel 1961 in Israele. </em><span>Notes from the frontier</span><em>, come tu stesso dicevi, è la cronaca della vita in un kibbutz, intorno e fino alla guerra dei sei giorni del 1967. </em><span>Le mie radici</span><em> è ambientato nel 1912 nel Lower East Side, </em><span>L’albero della vita</span><em> nel 1812 e </em><span>Il canto della Terra</span><em> nel 2057. Quanto tutto ciò è stato intenzionale da parte tua?<br />
<span style="font-style: normal;">È stato deliberatamente intenzionale. Una delle cose che sentivo di voler fare come artista era espandere, per quanto potevo, le frontiere della mia immaginazione; andare ovunque le mie capacità immaginative mi avrebbero portato, e creare mondi paralleli. I buoni scrittori ti prendono e ti trasportano in una realtà diversa, qualcosa che non hai mai provato e provi solamente immaginandolo, grazie all’oggettivazione delle parole, attraverso l’uso del linguaggio. Ciò che resta costante nel mio lavoro è il materiale tematico. I temi sono sempre gli stessi, ma le metafore che li concretizzano sono cambiate enormemente nel corso degli anni. Il mio obiettivo è stato anche, come accennavo prima, di innovare la forma romanzo e – gli scrittori non ne parlano spesso – ma io volevo anche fare cose “belle”. Sento davvero il bisogno irresistibile di creare belle cose, begli oggetti, dalle mie parole.</span></em></p>
<p class="MsoNormal"><em>A un’analisi superficiale, i tuoi romanzi appaiono classificabili in un genere che si potrebbe definire convenzionale. Invece riesci sempre a trasformare ogni linguaggio codificato. Per esempio</em><span>, Le mie radici</span><em> non è semplicemente la storia di un povero orfano ebreo a New York, c’è una presenza esotica, inquietante, minacciosa. E </em><span>L’albero della vita</span><em> è un tropo talmente ben costruito: la frontiera americana. Ma il romanzo è un vero e proprio “sfasciagenere”. Lo stesso vale per </em><span>Il canto della Terra</span><em>, un ibrido. Cominci con quel che sembra essere una specie di format e poi succede qualcosa di completamente diverso da ciò che ci si aspetterebbe.<br />
<span style="font-style: normal;">Questa è la cosa che mi soddisfa maggiormente. Alla ricerca della bellezza e dell’originalità – o meglio, al tentativo di creare qualcosa di bello e originale – ho dedicato tutta la mia vita. Credo sia naturale che un autore desideri catturare l’attenzione e l’immaginazione del lettore. Fare qualcosa di diverso. Qualcosa che nessuno si aspetta. Qualcosa di non convenzionale. Voglio essere giudicato da un punto di vista estetico. Questa è la cosa che mi interessa di più.</span></em></p>
<p class="MsoNormal"><em>L’ebraismo, naturalmente, influisce sul tuo lavoro. Cosa pensi del concetto, e del termine stesso, di “scrittore ebreo”? Credi che sia limitante? Appropriato? Non accurato?<br />
<span style="font-style: normal;">Mi considero uno scrittore religioso, nel senso che tutti i miei lavori, in un modo o nell’altro, hanno a che fare con i grandi temi della religione: cosa siamo, c’è un Dio, qual è il nostro rapporto con questa divinità. L’impulso religioso è qualcosa che mi interessa da sempre. Cynthia Ozick una volta ha detto: «Hugh, tu non sei un ateo, ma una persona che ha fatto dell’ateismo una religione! Per te è una metafora». E in effetti per certi versi è vero. Sono affascinato dall’impulso religioso e mitico.</span></em></p>
<p class="MsoNormal">Adesso sto scrivendo il mio primo libro sulla New York contemporanea, il primo mio romanzo, da venticinque, trent’anni a questa parte, profondamente ebraico. Parla di un artista ebreo americano, Artie Rubin, un illustratore e scrittore laico e di orientamento liberale, una sorta di archetipo dell’Upper West Side, che ha una terrificante esperienza religiosa. È un libro che rappresenta un po’ la mia… come dire? La mia meditazione matura su cosa significa essere ebrei ai giorni nostri. In particolare, un ebreo laico. Da che parte stiamo, e cosa definisce il nostro ebraismo?</p>
<p class="MsoNormal"><em>Il titolo è </em><span>Rallegrati di queste cose al crepuscolo</span><em>.<br />
<span style="font-style: normal;">Esatto.</span></em></p>
<p class="MsoNormal"><em>Qual è stata la genesi del romanzo?<br />
<span style="font-style: normal;">Ho iniziato a scrivere il libro nella primavera del 2001. Avevo già in mente, a grandi linee, la storia di Artie. Sapevo che l’azione sarebbe iniziata il primo agosto di quell’anno e avrebbe abbracciato il periodo dei dieci giorni del pentimento. Poi c’è stato l’11 settembre. Non potevo non fare i conti con quell’evento. Ho dovuto necessariamente inserirlo nella trama del romanzo. Ma ciò che soprattutto mi interessava erano le implicazioni religiose di questa tragedia. Come influenza la fede dei diversi personaggi, cristiani ed ebrei. In un certo senso – anche se forse suona un po’ pretenzioso – sto scrivendo una “storia spirituale” di questo evento. Una delle cose affascinanti dell’11 settembre e della risposta americana è che c’è stata un’immediata risposta religiosa. Anche se naturalmente, che ci piaccia o no, non si può ignorare che c’è un conflitto tra le religioni, un intenso conflitto tra l’Islam e la visione religiosa occidentale.</span></em></p>
<p class="MsoNormal"><em>Tra le altre cose, </em><span>Rallegrati di queste cose al crepuscolo</span><em> è anche un romanzo intergenerazionale che affronta il tema delle relazioni familiari. In un certo senso, è la tua opera più “domestica”. Come lo spieghi?<br />
<span style="font-style: normal;">Volevo scrivere una specie di inno ai matrimoni felici. Sono stato felicemente sposato con mia moglie per più di quarant’anni. Abbiamo due figlie. quando ho iniziato a scrivere il libro, mi avvicinavo ai settant’anni, sono entrato in una fase della vita nella quale mi sento obbligato a riflettere sulla mia esistenza. Guardandomi attorno, vedo tutte le persone lottare come me contro la vecchiaia, la malattia, e la morte. Rallegrati di queste cose al crepuscolo vuol essere un’affermazione della bellezza delle piccole cose della vita, e del rinnovarsi della vita nelle nuove generazioni.</span></em></p>
<p><!--EndFragment--></p>
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		<title>Intervista a Lore Segal</title>
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		<pubDate>Wed, 30 Sep 2009 14:39:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[interviste]]></category>

		<category><![CDATA[il suo primo americano]]></category>

		<category><![CDATA[segal]]></category>

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A cura di Han Ong, «Bomb Magazine»


LORE SEGAL Sono lenta. Mi ci sono voluti diciotto anni per scrivere Il suo primo americano come volevo. E mi sono fermata a metà per lavorare a un altro libro intitolato Lucinella, di cui nessuno ha mai sentito parlare. Che da solo mi ha preso cinque anni. Sono lenta, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!--StartFragment--></p>
<p class="MsoNormal"><strong>A cura di Han Ong, «Bomb Magazine»</strong></p>
<p class="MsoNormal"><img src="http://www.edizionicargo.it/wp-content/uploads/2009/10/segal01_body-300x283.jpg" alt="" width="300" height="283" /></p>
<p class="MsoNormal"><!--StartFragment--></p>
<p class="MsoNormal"><strong>LORE SEGAL</strong><span> </span>Sono lenta. Mi ci sono voluti diciotto anni per scrivere Il suo primo americano come volevo. E mi sono fermata a metà per lavorare a un altro libro intitolato <em>Lucinella</em><span>, di cui nessuno ha mai sentito parlare. Che da solo mi ha preso cinque anni. Sono lenta, perché torno sempre indietro alla prima frase. A qualsiasi punto sia arrivata, continuo a lavorare su quella prima frase, persino se sto scrivendo l’ultima pagina. Una faccenda piuttosto scomoda, ma non so come si faccia a cambiare un modus operandi ormai radicato. Non ci ho nemmeno mai provato. Fa un po’ paura scuotere le fondamenta del sistema.</span></p>
<p class="MsoNormal"><strong>HAN ONG</strong><span> </span><em>Durante tutti questi anni, ha mai avuto timore che non riuscirà a scrivere nessun altro libro, visto che le occorre tutto questo tempo?<br />
<span style="font-style: normal;">Certamente. Ci sono cose che vorrei dire e non potrò farlo, questo mi dispiace. Esistono diversi modi di avvitarsi su se stessi, se così si può dire. Ricordo che quando cominciai Il suo primo americano non riuscivo a decidere se la protagonista dovesse essere nubile o sposata. Non riuscivo a vederla con chiarezza. Se non riesci a definire il tuo personaggio principale, pensavo, forse non sei pronta ad andare avanti. In questo modo mi bloccavo da sola in maniera sotterranea.</span></em></p>
<p class="MsoNormal"><em>In lei la fase di scoperta è insita in quella di scrittura.<br />
<span style="font-style: normal;">Ci sono persone che scrivono in risposta al loro stesso scrivere. Io butto giù una frase, e quella frase rende possibile la successiva. Non seguo uno schema prestabilito. Ho alcune idee, concetti, ma nessuna ossatura. Non vivo la mia vita come una trama e non sono brava a tesserne una per i miei romanzi. Un personaggio apre una porta, si ferma sulla soglia e guarda la stanza. E guardando la stanza, la crea. Saul Steinberg disegna figure che disegnano se stesse. Nel meraviglioso libro per bambini Harold and the Purple Crayon di Crockett Johnson, il piccolo Harold disegna una strada per camminarci, e una sedia su cui sedersi. Trovo che questa sia una concezione estremamente precisa del processo di scrittura.</span></em></p>
<p class="MsoNormal"><em>Nell’introduzione a </em><span>Shakespeare’s Kitchen</span><em>, ha detto che impara a pensare scrivendo, e parte del processo in cui si trova coinvolta consiste nell’avere una domanda fondamentale attorno alla quale costruire il romanzo.<br />
<span style="font-style: normal;">Le farò un esempio. Dal momento che sono una persona anziana, mi interessa scrivere sulla perdita totale o parziale della memoria, per cui mi sono trovata un personaggio che non ricorda niente, una donna che soffre di amnesia. Poi le torna la memoria: un miracolo! Adesso ricorda tutti i rifiuti, le umiliazioni, i dolori che ha subito. Questo è il genere di cose che mi fanno cominciare una storia. Dopo di che posso divertirmi.</span></em></p>
<p class="MsoNormal"><em>Immagino che sebbene ci siano voluti vent’anni per arrivare alla pubblicazione di </em><span>Shakespeare’s Kitchen</span><em>, non le sia mancato, strada facendo, un po’ di incoraggiamento. Molti dei racconti erano già apparsi sul «New Yorker», per cui in tutti questi anni ha continuato ad avere la sensazione di essere una scrittrice, anche agli occhi del mondo. Non si è trattato di un periodo di pura incubazione o di totale isolamento.<br />
<span style="font-style: normal; ">Sette dei racconti di <em>Shakespeare’s Kitchen</em><span> erano stati pubblicati sul «New Yorker» tra gli anni Ottanta e Novanta, e Knopf mi aveva chiesto di farne un romanzo, ma non poteva funzionare, non poteva diventare un romanzo, anche se le storie erano tutte ambientate nello stesso luogo e i personaggi erano gli stessi.</span></span></em></p>
<p class="MsoNormal"><em><span style="font-style: normal; "><span><em>Lavorano tutti al Concordance Institute, un think tank legato a un college nel New England.<br />
<span style="font-style: normal; ">Sì. Avevo anche un tema: il bisogno non solo di amici, ma di un gruppo di amici a cui appartenere; quanto interessante – quanto comica – sia la creazione di relazioni intime e la ricerca di persone con cui scambiare idee, quanto tristemente e inesplicabilmente alcune amicizie si spezzino.</span></em></span></span></em></p>
<p class="MsoNormal"><em><span style="font-style: normal; "><span><em><span style="font-style: normal; "><em>Soprattutto perché la protagonista è un’immigrata. Non può contare in questo paese su un gruppo di amici o una grande famiglia.<br />
<span style="font-style: normal; ">Tutti abbiamo bisogno di amici. E tutti perdiamo degli amici. Non intendo certo affermare che gli immigrati sperimentano qualcosa che nessuno altro è in grado di comprendere, ma forse l’esperienza dell’immigrato, del rifugiato, nasconde qualche insidia in più.</span></em></span></em></span></span></em></p>
<p class="MsoNormal"><em>Quello che trovo assolutamente originale in </em><span>Shakespeare’s Kitchen</span><em>, così come in </em><span>Il suo primo americano</span><em>, è questo senso di appetito e avidità che ha Ilka, la protagonista di entrambi i libri. Vuole circondarsi di persone e diventare americana. Di solito questa espressione, “diventare americani”, risulta piuttosto banale, sa di cliché. Nella sua scrittura, invece, acquista una peculiare, originalissima piega. Ilka vuole acquisire un senso di padronanza sul proprio ambiente, ma questo si manifesta sotto forma di pura gioia e non di panico, come avviene nella maggior parte della narrativa di immigrazione.<br />
<span style="font-style: normal; ">È una buona lettura, nella quale devo dire che mi riconosco.</span></em></p>
<p class="MsoNormal"><em>È qualcosa in cui io personalmente non mi ritrovo… questo senso di gioia, intendo. Per quel che mi riguarda, sono consapevole di scrivere più per un senso di diffidenza e di circospezione, per il desiderio di proteggere il mio isolamento, mentre Ilka è talmente avida. Ha una tale capacità di aprirsi all’esperienza.<br />
<span style="font-style: normal; ">È un vantaggio anche in vecchiaia, perché quell’entusiasmo, quell’appetito persistono.</span></em></p>
<p class="MsoNormal"><em>Quanti anni aveva quando stava scrivendo </em><span>Il suo primo americano</span><em>?<br />
<span style="font-style: normal; ">È stato pubblicato nel 1985, per cui più di cinquanta. E come ho detto, mi ci sono voluti diciotto anni per scriverlo. Non c’era molto quando ho cominciato, a parte la mia esperienza. Chiunque capisce che è parzialmente autobiografico. Tanti di noi, oggi, partono da se stessi e scrivono, in qualche misura, in maniera autobiografica. Uno dei miei colleghi all’Università dell’Illinois mi ha detto: «Hai scritto un Henry James al contrario. James mette a confronto un personaggio americano sempliciotto con un sofisticato europeo, tu fai l’opposto: presenti un’ingenua europea a un sofisticato afroamericano». Non avevo idea di aver fatto una cosa del genere. Le sue parole mi hanno aperto la mente.</span></em></p>
<p class="MsoNormal"><em>Il cognome di Ilka in </em><span>Il suo primo americano</span><em> è Weissnix, mentre in </em><span>Shakespeare’s Kitchen</span><em> è Weiss.<br />
<span style="font-style: normal; ">Weissnix significa “che non sa niente”. Ma ora non è più così. Ho usato il metodo che Kafka usava con il suo K. Non voglio fingere di aver creato un nuovo personaggio. L’unico personaggio che conosco è la mia costola sinistra, devo affrontare questa realtà. Ilka è Ilka. Ma allo stesso tempo non è più la stessa Ilka.</span></em></p>
<p class="MsoNormal"><em>Il suo amante di </em><span>Il suo primo americano</span><em>, Carter, fa un’apparizione in </em><span>Shakespeare’s Kitchen</span><em>. La chiama in un momento davvero poco opportuno.<br />
<span style="font-style: normal; ">Non diremo che Carter muore alla fine di <em>Il suo primo americano</em><span> (</span><em>ride</em><span>).</span></span></em></p>
<p class="MsoNormal"><em>Appare emotivamente giusto che Carter chiami proprio in quel momento, dopo la morte improvvisa e accidentale del marito di Ilka.<br />
<span style="font-style: normal; ">Quando mio marito morì, ricevetti la telefonata di un vecchio fidanzato proprio mentre stavamo uscendo per il funerale. «È imbarazzante» mi disse. Intendeva dire che era imbarazzato per aver chiamato in un momento simile. Ma io capii “È imbarazzante essere morti”. È un esempio di come l’autobiografia viaggi e si trasformi in finzione.</span></em></p>
<p class="MsoNormal"><em>Lei è nata e cresciuta a Vienna. Ha vissuto lì fino a dieci anni, quando l’Austria venne annessa alla Germania. Era nella prima ondata del </em><span>Kindertransport</span><em>.<br />
<span style="font-style: normal; ">Sì, credo che il nostro fosse il primo treno di prova. Eravamo cinquecento bambini. Tra il dicembre del 1938 e l’inizio della guerra nel 1939, circa diecimila bambini lasciarono l’Europa di Hitler grazie ai <em>Kindertransport</em><span>.</span></span></em></p>
<p class="MsoNormal"><em>E nel suo caso è finita in Inghilterra.<br />
<span style="font-style: normal; ">Tutti siamo stati portati in Inghilterra: dalla Germania, dall’Austria, dalla Cecoslovacchia, attraverso l’Olanda. Dovevamo fermarci in Inghilterra finché non fosse stato possibile procedere per la destinazione finale, ma molti di quei bambini rimasero in Inghilterra e fecero famiglia lì.</span></em></p>
<p class="MsoNormal"><em>E qual era questa destinazione finale?<br />
<span style="font-style: normal; ">Ovunque. Il punto era tirarci fuori dall’Europa nazista, e loro non volevano farci partire. Ho sempre paragonato i nazisti agli egiziani della Bibbia, che non vogliono lasciar andare gli ebrei. Gli egiziani (nella Bibbia di Re Giacomo) vedono gli ebrei come uno “sciame”. Hanno paura di una possibile quinta colonna in caso di guerra, eppure non li lasciano andare. Hitler voleva sbarazzarsi di noi, ma ci impediva di andarcene. E naturalmente il mondo non voleva, anzi, nella maggior parte dei casi si rifiutava di accoglierci.</span></em></p>
<p class="MsoNormal"><em>Prima ho accennato alla straordinaria avidità di Ilka, alla sua volontà di innamorarsi dell’America. Tra il suo primo libro, </em><span>Other Peolple’s Houses</span><em>, che è del 1964, e </em><span>Il suo primo americano</span><em>, uscito nel 1985, pare esserci una marcata differenza in termini di temperamento. </em><span>Other Peolple’s Houses</span><em> era particolarmente concentrato sui fatti, Cynthia Ozick parlò di una scrittura “senza arte” e Alfred Kazin, in una recensione fortemente elogiativa del libro ha parlato di “documento”. Le emozioni qui sono piuttosto costrette.<br />
<span style="font-style: normal; ">Ho cambiato alcuni fatti per rendere la narrazione più veritiera. Quanto alle emozioni, si tratta di una questione interessante.</span></em></p>
<p class="MsoNormal"><em>Il tono è quasi spaventato all’idea di provare qualcosa. Quando </em><span>Other Peolple’s Houses</span><em> è stato ripubblicato nel 1994, lei ha scritto un’introduzione nella quale diceva: «È il prezzo che un sopravvissuto deve pagare: estraniarsi da sentimenti che non riesce a padroneggiare». Le aveva lasciato dentro un peso che ci sono voluti anni per esorcizzare, quando è tornata a Vienna e si è concessa il lusso di piangere per suo padre, per la sua infanzia. C’è come una sorta di chiusura in </em><span>Other Peolple’s Houses</span><em>. Addirittura di spietatezza, direi. Specialmente quando la ragazzina, Lore, parla di suo padre, che ha avuto una serie di infarti e che si è trovato a passare dalla carica di direttore di banca che ricopriva a Vienna a quella di maggiordomo fallito e poi di giardiniere, e nemmeno particolarmente abile.<br />
<span style="font-style: normal; ">Ho immaginato che la bambina, lasciando i suoi genitori a Vienna, trasformasse la perdita in eccitazione… senza dubbio una forma di negazione. <em>Shakespeare’s Kitchen</em><span> affronta la stessa tematica, sebbene non in maniera esplicita. Credo di aver fatto troppo affidamento sul lettore perché se ne rendesse conto. La Ilka di Il suo primo americano e </span><em>Shakespeare’s Kitchen</em><span> non risponde in maniera adeguata alla morte del suo amante o di suo marito: non è capace di piangere la morte di qualcuno. Le lacrime arrivano solo all’ultima frase del libro, con la perdita di un personaggio minore, Bethy. Ora Ilka è in grado di piangere, e non riesce a smettere.</span></span></em></p>
<p class="MsoNormal"><em>In un certo senso, i sentimenti le hanno teso un’imboscata.<br />
<span style="font-style: normal; ">Sì. Le lacrime non appaiono quando dovrebbero. Sicuramente c’è più calore in Il suo primo americano.</span></em></p>
<p class="MsoNormal"><em>È un bel modo di porre la questione: calore.<br />
<span style="font-style: normal; ">Vivian Gornick parla di “freddo terminale”. Non so se ha letto la sua recensione apparsa su «The Nation». Le sue intuizioni sono meravigliose.</span></em></p>
<p class="MsoNormal"><em>È una definizione decisamente calzante per </em><span>Other Peolple’s Houses</span><em>. Gli americani tendono a idealizzare l’infanzia come un periodo di totale innocenza e precoce saggezza. Una sorta di santità. Ma la piccola Lore è talmente vera da risultare una giovane adolescente, con quel suo egoismo e snobismo, la sua ambizione e tenacia.<br />
<span style="font-style: normal; ">Il mio editor, Joel Ariaratnam, mi ha detto: tu dici tutto ciò che l’altra gente preferisce nascondere. Credo nella malvagità come nella bontà. Non c’è niente che possa dirle di me stessa a cui la sua comprensione non abbia accesso. Questo senso di vergogna non mi appartiene. O meglio, ce l’ho, ma non gli attribuisco molta importanza, perché sono più interessata a capire cos’è che si sente. Ai miei studenti al corso di scrittura dico sempre: l’unica cosa su cui potete fare affidamento in ogni circostanza, è che ciò che proverete non è quello che dovreste provare. Cercate di scoprire cosa sta succedendo davvero. Certo, capita anche che io mi guardi indietro e pensi: questo vorrei non averlo scritto, ma non avviene tanto spesso.</span></em></p>
<p class="MsoNormal"><em>Le storie di </em><span>Other Peolple’s Houses</span><em> sono arrivate perché si è trovata a raccontare alla gente quelle che definiva le sue storie su Hitler.<br />
<span style="font-style: normal; ">Sì, le mie storie su Hitler. Non avevo mai pensato di spingermi su quel terreno; avevo l’impressione che la gente le conoscesse già e fosse stanca di sentirne parlare.</span></em></p>
<p class="MsoNormal"><em>Questo più o meno quando?<br />
<span style="font-style: normal; ">Dopo essere arrivata a New York nel 1951. Siccome tutte le persone che frequentavo conoscevano queste storie, pensavo fossero di pubblico dominio. Gran bel malinteso. Poi a una festa, qualcuno mi chiese com’ero arrivata negli Stati Uniti, e io cominciai a raccontare e, per la prima volta, ebbi la stessa sensazione che provo in questo momento parlando con lei: la sensazione di raccontare ed essere ascoltati, e fu bellissimo. Fu davvero bizzarro. Pensai proprio: questo materiale è interessante, è qualcosa che va scritto. In effetti, avevo già scritto di quelle esperienze quando ero a Liverpool, in tedesco. Cominciai a scrivere perché avevo l’impressione che i miei genitori affidatari non capivano cosa stesse succedendo a Vienna. Mi facevano domande assurde. Avevo dieci anni. Pensai che fossero degli stupidi, così cominciai a scrivere. È quello che poi è stato definito “dare testimonianza”. La scrittura, ovviamente, era del tutto inadeguata. Sapevo che lo era, perciò cercavo di gonfiarla, continuavo ad aggiungere tramonti e punti esclamativi. Mi viene in mente ora che il mio orrore di una scrittura eccessivamente “gonfiata” potrebbe essere all’origine di quelle emozioni “costrette” di cui parlava prima. Non voglio che le emozioni se ne stiano sedute sulle pagine. Voglio che prendano vita nella testa del lettore.</span></em></p>
<p class="MsoNormal"><em>Tra i momenti importanti che hanno segnato la sua nascita come scrittrice bisognerebbe includere anche il primo saggio di scrittura cui lei ha dato davvero importanza, la lettera che scrisse appena giunta a Londra, chiedendo alla commissione inglese per i rifugiati di aiutare i suoi genitori a lasciare Vienna.<br />
<span style="font-style: normal; ">Credo che la lettera fosse indirizzata ai miei cugini, che vivevano già in Inghilterra prima del mio arrivo. Lo zio Ernst aveva numerosi rapporti d’affari a Londra. Loro poi la inoltrarono alla Bloomsbury House, che trovò lavoro ai miei come cuoca e maggiordomo, così che poterono venire in Inghilterra.</span></em></p>
<p class="MsoNormal"><em>Bloomsbury House era un programma di trasferimento?<br />
<span style="font-style: normal; ">Una sorta di smistamento per i rifugiati.</span></em></p>
<p class="MsoNormal"><em>Il secondo momento è quando ha iniziato a scrivere per la sua famiglia affidataria. Quello che più mi colpisce è che a dieci anni lei pareva già valutare l’effetto che la sua scrittura aveva sugli altri.<br />
<span style="font-style: normal; ">Sì, e guardavo alle frasi come frasi. Avevo inventato delle similitudini che mi sembravano molto intelligenti. E che adesso mi appaiono spassosamente intelligenti. Mi ricordo come mi godevo le mie similitudini, quanto mi piacesse scriverle. Quando avevo più o meno dodici anni, un’insegnate di biologia fu ricoverata per un’operazione. Noi alunni fummo incoraggiati a scriverle. Portavo le mie frasi sempre con me… Le parole della mia lettera, continuavo a ripetermele nella testa. Per giorni me ne andai in giro in preda a un senso di eccitazione per aver inventato quelle frasi. Lei può capirmi perché è uno scrittore, ma “dare testimonianza” potrebbe essere un concetto più facile per chi non lo è. È proprio quella malia, quel senso di gioia, l’esaltazione per la propria capacità di fare in modo che le parole rendano un’idea… È questo, credo, sapere di essere uno scrittore.</span></em></p>
<p class="MsoNormal"><em>Il terzo episodio che mi colpisce è sempre in </em><span>Other People’s Houses</span><em>. I continui spostamenti da una casa all’altra alla fine si facevano sentire, cominciò a vomitare in continuazione. Una sera che lei era malata, sua madre le lesse David Copperfield ad alta voce.<br />
<span style="font-style: normal; ">Non ho mai più vissuto con mia madre… non fino a che ebbi vent’anni e ci trasferimmo nella Repubblica dominicana. Quell’episodio risale alla sera del nostro arrivo a Guildford, prima che la commissione per i rifugiati trovasse lavoro a mia madre e una nuova famiglia a me. Avevamo dovuto lasciare il Kent perché era troppo vicino al Canale e avrebbero potuto accusare mia madre di essere una spia tedesca. In occasione di quel fenomenale primo incontro con Dickens, rammento di aver detto: «Ecco cosa voglio fare. Voglio essere una scrittrice». Fu la prima volta che pronunciai le parole “essere una scrittrice”. L’appassionata risposta al pensiero contenuto nel linguaggio, che siamo noi ad averlo creato, o lo incontriamo nella scrittura di qualcun altro.</span></em></p>
<p class="MsoNormal"><em>A proposito di altri scrittori, lei è consapevole di appartenere a una comunità di scrittori, il cui lavoro corre parallelo al suo?<br />
<span style="font-style: normal; ">In realtà, il mio sguardo è rivolto indietro. New York è piena di gruppi di lettura: leggiamo <em>Don Chisciotte</em><span>, la Bibbia, le fiabe dei Grimm, Kafka. Lo </span><em>Zeitgeist</em><span> non ci dice per caso di tornare ai grandi capolavori del passato?</span></span></em></p>
<p class="MsoNormal"><em>Cosa sta leggendo in questo momento?<br />
<span style="font-style: normal; ">Beh, ho appena gettato la spugna con Dante (<em>ride</em><span>).</span></span></em></p>
<p class="MsoNormal"><em>Qual è il verdetto? Come mai lo ha abbandonato?<br />
<span style="font-style: normal; ">È la seconda volta che mi avvicino a Dante. Potrei anche rifarlo in futuro. Non riesco a sopportare l’idea che ci sia qualcosa di una tale statura e io non riesco a capirla. Mi infastidisce. Ma il fatto è che proprio non afferro. Non riesco a superare una certa ripugnanza per un Dio che assegna dei castighi tanto crudeli e inusuali. Trovo che <em>Don Chisciotte</em><span> sia meraviglioso. Sto leggendo Chauser con alcuni amici. Abbiamo organizzato un piccolo gruppo con la poetessa Rachel Hadas per aiutare alcuni di noi, che sono splendidi lettori di prosa ma non sanno come affrontare la poesia. E poi, c’è il seminario sulla Genesi.</span></span></em></p>
<p class="MsoNormal"><em>Mi ricordo di aver imparato la Genesi a memoria quand’ero piccolo, perché ho ricevuto un’educazione cattolica.<br />
<span style="font-style: normal; ">Credevo che i cattolici non fossero autorizzati a leggere la Bibbia, perché è più sicuro avere qualcuno che vi dice cosa c’è scritto.</span></em></p>
<p class="MsoNormal"><em>Dove l’ha sentito dire? Sono cresciuto nelle Filippine come cattolico romano, e ci insegnavano</em><span> </span><em>l’Antico e il Nuovo Testamento. E per qualche ragione – non dovevo farlo – io ho cercato di memorizzarlo. Voi vi concentrate sia sul Nuovo che sull’Antico Testamento?<br />
<span style="font-style: normal; ">Ci concertiamo sulla narrazione. Abbiamo letto il libro della Genesi verso per verso, e ci sono voluti quattro anni. L’ho adorato.</span></em></p>
<p class="MsoNormal"><em>Dove lo fa?<br />
<span style="font-style: normal; ">Al Seminario ebraico sulla Centoventiduesima strada.</span></em></p>
<p class="MsoNormal"><em>A proposito di Upper West Side, per quanto tempo ci ha vissuto?<br />
<span style="font-style: normal; ">Quando sono arrivata dalla Repubblica dominicana, sono andata ad abitare nella Centocinquantasettesima Ovest. Da lì mi sono poi trasferita con mio marito, David Segal, fra la Settantaduesima e West End Avenue. E prima della nascita del mio secondo figlio siamo venuti qui, tra Riverside e la Centesima. Anche i quattordici anni che ho insegnato a Chicago ho tenuto questo appartamento, e ci venivo nei weekend. Non riuscivo a sopportare l’idea di lasciare New York.</span></em></p>
<p class="MsoNormal"><em>Ha cresciuto i suoi figli a Chicago durante quegli anni, o sua madre si è presa cura di loro?<br />
<span style="font-style: normal; ">Beh, dopo la morte di mio marito – e anche prima, per la verità – mia madre non desiderava niente di meglio che prendersi cura di tutti noi. Io e i miei figli ci siamo trasferiti tutti a Chicago, ma abbiamo resistito solo due anni. Non piaceva a nessuno; volevamo tornare tutti indietro. La periferia non faceva per noi. Ho chiesto a diverse persone dove volevano che fossero sparse le loro ceneri, in modo che anche loro lo chiedessero a me. Beh, io voglio che dopo la mia morte le mie ceneri siano sparse a Riverside Drive.</span></em></p>
<p class="MsoNormal"><em>Questa dunque è casa?<br />
<span style="font-style: normal; ">Questo luogo è dove finalmente, finalmente riesco a sentirmi a casa. Non è stato semplice.</span></em></p>
<p class="MsoNormal"><em>Sì, immagino sia stato un viaggio lungo e difficile. Torniamo a </em><span>Il suo primo americano</span><em>. Un produttore le ha proposto di trarne una sceneggiatura per un film.<br />
<span style="font-style: normal; ">E l’ho fatto. Ne ho tratto una sceneggiatura veramente brutta (<em>ride</em><span>). Pippa Scott aveva comprato i diritti per il film e mi ha praticamente costretto a scrivere la sceneggiatura, contro la mia volontà. Mi piacciono i film, ma non ho idea di come funzionino. Siccome so come ci si sente a scrivere una storia, so benissimo che non sono in grado di scrivere una sceneggiatura. A ogni modo, nessun altro voleva farlo, per cui l’ho fatto io. Tutti conoscono quelle cassette registrate sull’arte dello scrivere una sceneggiatura…</span></span></em></p>
<p class="MsoNormal"><em>Robert McKee.<br />
<span style="font-style: normal; ">Esatto! Le ho ascoltate e ho imparato cose assolutamente interessanti. Insegnano ciò che ogni romanzo del diciannovesimo secolo sa e che invece i contemporanei non fanno… a discapito del nostro piacere, devo dire. In pratica, che in una buona trama non c’è alcun avvenimento che non sia il risultato di un avvenimento precedente e la causa di uno successivo.</span></em></p>
<p class="MsoNormal"><em>Il che è davvero piacevole, soprattutto visto che ora è così fuori moda.<br />
<span style="font-style: normal; ">Mi piace leggere i romanzi del diciannovesimo secolo, così come guardare i film degli anni Quaranta e Cinquanta, che non hanno niente a che fare con la mia esperienza di vita. Noi non possiamo scrivere così.</span></em></p>
<p class="MsoNormal"><em>E Pippa Scott non ha chiesto a qualcun altro, dopo che lei aveva rinunciato?<br />
<span style="font-style: normal; ">Ci ha provato. Oh, se ci ha provato. In realtà stanno ancora provando. Ma ho venduto la mia opzione… Credo che la dicitura corretta sia “per sempre in ogni territorio dell’universo intero”. Il mio agente mi aveva avvisata di non firmare quel contratto, ma io ho detto: «Tanto nessuno vorrà mai farlo». Per cui la colpa è solo mia. Mi piacerebbe molto se il film fosse realizzato, e odierei vederlo fare.</span></em></p>
<p class="MsoNormal"><em>Sarebbe un ruolo davvero straordinario per un attore afroamericano. L’estraniamento del personaggio dalla società è trattato come un semplice dato di fatto, non c’è nulla di omiletico o di bigotto, il che rende la tragedia del suo alcolismo e del suo rivolgere le proprie energie distruttive verso se stesso ancora più efficace e devastante. È una meravigliosa storia d’amore. Ha fatto veramente centro.<br />
<span style="font-style: normal; ">Ho fatto un buon lavoro, vero?</span></em></p>
<p class="MsoNormal"><em>Non solo con il personaggio di Carter; l’apertura di mente con cui è riuscita a catturare questo mondo e a dipingere Ilka è fantastica. Suppongo che Ilka sia, in qualche modo, un suo alter ego? Mi sono sentito così confortato all’idea che la ragazzina di </em><span>Other People’s Houses</span><em>, così fredda e chiusa in se stessa, fosse fiorita al tempo di </em><span>Il suo primo americano</span><em>.<br />
<span style="font-style: normal; ">In effetti. Credo sia stato quest’uomo a renderlo possibile, questo miscuglio di sentimenti: il pensiero di salvare una vita infelice, e di essere amata e amabile… è stato questo il punto di rottura. Adesso sto parlando per me.</span></em></p>
<p class="MsoNormal"><em>Potremmo parlare di quello che è stato il modello per il personaggio di Carter, oppure è troppo…<br />
<span style="font-style: normal; ">Mi sta chiedendo se è <em>kosher</em><span>, se è concesso farlo?</span></span></em></p>
<p class="MsoNormal"><em>La scelta è sua.<br />
<span style="font-style: normal; ">Gli piaceva l’idea che scrivessi il libro. Il suo nome era Horace Cayton. C’è un libro molto interessante, scritto da Richard Hobbs e intitolato <em>The Cayton Legacy</em><span>, che racconta la storia di questa famiglia nera. Il nonno materno di Horace, Hiram Revels, era rettore della Alcorn University. Il padre di Horace, che era nato in schiavitù, approdò a un certo punto della sua vita a Seattle, dove diresse un giornale, il «Seattle Republican»… finché i tempi e un processo conclusosi in maniera sfavorevole non ne determinarono il declino. La sua fu una generazione potente e integerrima che per un certo tempo godette di enorme successo. Era la generazione di Horace: brillante e carismatica, che non riuscì a realizzare le proprie attese e speranze. I sogni si rinsecchivano come uvetta sotto il sole. La cultura non glielo permetteva, o forse non avevano la fibra necessaria a raggiungere il successo. Sono ancora in contatto con la nipote di Horace, che dirige una galleria d’arte afroamericana a Chicago. Horace era un uomo arguto, uno studioso playboy, una star in America e in Europa. Conosceva chiunque, ma non è riuscito a sopravvivere, non ce l’ha fatta… C’è in me una certa riluttanza a parlare apertamente del vero Horace.</span></span></em></p>
<p class="MsoNormal"><em>Credo che dopo aver lasciato passare abbastanza tempo, se il ritratto che ne ha fatto nel libro è…<br />
<span style="font-style: normal; ">Molto amichevole.</span></em></p>
<p class="MsoNormal"><em>Amichevole, sì. Non è una caricatura, né un atto d’accusa.<br />
<span style="font-style: normal; ">Horace Cayton ha scritto un libro che si intitola Long Old Road. Era un superbo oratore, insuperabile nel raccontare aneddoti, ma non era un bravo scrittore. Un sociologo. Non c’è nessuno nel mondo nero di quella generazione che non lo conosca.</span></em></p>
<p class="MsoNormal"><em>Questo avveniva negli anni Trenta, fu allora che lui iniziò ad affermarsi e a scrivere i suoi libri.<br />
<span style="font-style: normal; ">Era del 1903, l’anno prima di mia madre. Mia madre lo adorava. Anche a mia nonna piaceva.</span></em></p>
<p class="MsoNormal"><em>Può dirmi cosa sta scrivendo in questo momento?<br />
<span style="font-style: normal; ">Beh, le parlerò di un aspetto di ciò a cui sto lavorando. Parecchio tempo fa, mi chiesero di lavorare a un libro di interviste con sopravvissuti e figli di sopravvissuti. L’idea mi intrigò, non tanto per le storie in sé, quanto per la mancata comunicazione fra intervistato e intervistatore. Ha qualcosa a che fare con quello che la gente si dice quotidianamente. Gli scrittori sono portati a spiegare se stessi per mestiere. La maggior parte delle persone no. A interessarmi è stato soprattutto il fatto che gli intervistatori per lo più non sapevano dove andare a parare, e come riuscire ad avere accesso alle verità degli intervistati. Sto giocando con questo, nel libro che sto scrivendo adesso.</span></em></p>
<p><!--EndFragment--></p>
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		<title>Jacobson &#124; interviste</title>
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		<pubDate>Tue, 29 Jul 2008 09:55:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Kalooki Nights, il nono romanzo di Jacobson, come tutti i precedenti, riesce a essere complesso e divertente. In più, è una profonda riflessione sul senso di appartenenza. Come afferma l’autore: «Si rivolge (oltre a esserne il prodotto) ai turbolenti tempi in cui viviamo». Ne eri consapevole mentre lo scrivevi?
Certo, senza dubbio. Una delle domande che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Kalooki Nights, <em>il nono romanzo di Jacobson, come tutti i precedenti, riesce a essere complesso e divertente. In più, è una profonda riflessione sul senso di appartenenza. Come afferma l’autore: «Si rivolge (oltre a esserne il prodotto) ai turbolenti tempi in cui viviamo». Ne eri consapevole mentre lo scrivevi?</em><br />
Certo, senza dubbio. Una delle domande che mi ponevo di continuo era se oggi la gente parla degli ebrei in modo diverso da prima. Quando finii il mio ultimo libro, pensai: non ne scriverò un altro sugli ebrei. Si sa già tutto degli ebrei. La gente è un po’ stanca di sentirne parlare. Persino noi lo siamo. E poi, un giorno, mi sveglio e mi dico: perché no? Conosco bene quel mondo, e mi piace. In questo senso, è il libro più ebreo di tutti quelli che ho scritto. Ebreo, ebreo, ebreo&#8230; questa parola compare in ogni frase. Pensa, persino io mi sono sposato con delle donne non ebree. Non che questo mi dia fastidio. Io me la prendo soprattutto con quegli ebrei che hanno paura, con i pusillanimi, quelli che si nascondono. Questo libro è pieno di rabbia verso quel tipo di ebrei. Ero davvero infuriato quando l’ho scritto.<br />
<em> Pensi che la gente parli degli ebrei in modo diverso da prima? Che l’antisemitismo sia in aumento?</em><br />
La tomba di mia nonna a Manchester è stata profanata. Lì per lì, la cosa mi ha addolorato molto, ma si trattava solo di fanatici. Temo molto di più gli intellettuali di sinistra che parlano di Israele. Non dico che viviamo nella repubblica di Weimar, ma dobbiamo stare in guardia. I docenti universitari che boicottano Israele mi fanno ribollire il sangue. E in giro c’è anche chi nega l’Olocausto. Ne ho pure conosciuto qualcuno.</p>
<p>Da un’intervista di Rachel Cooke per «<a href="http://books.guardian.co.uk/departments/generalfiction/story/0,,1805189,00.html" target="_blank">The Observer</a>»<br />
 Traduzione di Massimo Paravizzini</p>
<p><em>Cos’è che ti fa sentire ebreo?</em><br />
Non sono ebreo nel senso convenzionale del termine. Non frequento lo shul. Però so di avere una mente da ebreo e un’intelligenza da ebreo. Mi sento legato alle menti ebree del passato, a tutti coloro che mi hanno preceduto. Non so in che genere di guai ti cacci, il fatto di avere una mente così cavillosa. Un ebreo è plasmato da cinquemila anni di esperienza. È quest’esperienza che dà forma al suo senso dell’umorismo, che ne modella la litigiosità e la tenacia.<br />
<em> Può un modo di scrivere essere definito “ebreo”?</em><br />
Naturalmente non lo si può dimostrare in maniera inoppugnabile. Comunque, non devi per forza ambientare la tua storia in uno shtetl. Riguarda più una qualità particolare di intelligenza. Ho in mente sia gli scrittori che le scrittrici ebree. Voci forti, polemiche. Hai l’impressione di ascoltare delle polemiche morali che in qualche modo ti ricordano quelle pedanti del Talmud. Gli ebrei amano il significato del linguaggio. Cercano chiarezza, tentano di formulare una legge, di tracciare una distinzione tra le leggi, di capire in che modo una cosa è diversa da un’altra. Per un ebreo, il linguaggio è sempre al servizio dell’intelligenza.<br />
<em> Ti sarai fatto anche qualche idea sul modo in cui gli ebrei usano la comicità&#8230;</em><br />
In parte ha a che fare con la notevole qualità dell’ingegno ebraico, capace di capovolgere una battuta fino a rivolgerla contro l’autore. Gli scrittori ebrei sono sadici verso tutti i loro lettori, non solo verso quelli ebrei. È una strategia masochista. Il masochista accetta qualunque critica gli venga rivolta. Non solo l’accetta, ma ci arriva per primo. Fai una battuta contro te stesso, e così facendo raggiungi una forma superiore di intelligenza morale. Ci prendiamo in giro da soli, più di quanto non facciano gli altri. E nel farlo, anche se può sembrare che restiamo indietro, in realtà stiamo vincendo. Il masochista diventa un sadico, o così almeno dicono, perché si dimostra più bravo, più veloce, e la battuta finisce per rivoltarsi contro l’ascoltatore. Ecco la mia idea di umorismo ebraico.<br />
Questo è l’unico campo in cui è lecito dire: «Solo un ebreo può farlo». Ma non tutti gli ebrei sono in grado di raccontare una storiella divertente. Bisogna avere tenacia, pazienza, crudeltà, intelligenza, senso del tempo. Un gentile può avere solo una di queste qualità.<br />
<em> E il romanzo ebraico?</em><br />
Quando pensi al romanzo ebraico, pensi a una voce patriarcale, la voce che pretende, la voce che ti spinge alle corde, che ti intrappola. Le scrittrici ebree non hanno mai aspirato a scrivere questo tipo di romanzi. Doctorow, Delmore Schwhartz. Vivaci, persino osceni. Come un club di maschi. Alle donne non piace costruire monologhi giganteschi. Una donna lotta piuttosto contro il legislatore che le impedirebbe di muoversi, che la costringerebbe, che la confinerebbe.<br />
<em> Cosa si prova a essere uno scrittore ebreo in Inghilterra?</em><br />
Pensi davvero che stai lottando per avere un tuo spazio. Mi sento come se avessi sempre fretta, come se dovessi cercare di arrivare davanti a una lunga coda. Se non sgomito, non ci arrivo. Credo che gli scrittori ebrei americani si sentano più rilassati, che se la prendano più comoda. Non è che, in quanto scrittore ebreo, io soffra. Perché c’è chi mi legge. Però credo che a volte non mi capiscano. Dapprincipio l’umorismo li diverte, ma poi li preoccupa. E se il libro fa ridere a crepapelle, pensano che non sia serio come invece dovrebbe essere. Ma io credo che un ebreo sappia che essere molto divertenti significa anche essere molto seri. È parte del mio compito, ed è qualcosa che mi sento in dovere di propagandare.<br />
[…] L’ebraicità non è al centro della cultura inglese. Questa è una di quelle cose che gli ebrei colti che vivono in Inghilterra sentono chiaramente ogniqualvolta scrivono o producono una commedia o fanno della musica. Non è che ci manchino di rispetto o non ci prendano in considerazione, però… vedi, il fatto è che la cultura americana è già di per sé ebrea. È vostra, è nostra. Gli ebrei americani hanno alterato l’aspetto della lingua stessa. Così, quando un ebreo scrive in America, sta già scrivendo qualcosa di ebraico. Qui in Inghilterra, invece, stiamo ancora cercando di guadagnarci un nostro spazio.<br />
<em> Ti consideri uno scrittore comico?</em><br />
Per quanto possa voler dire qualcosa, mi reputo uno scrittore serio. Però la comicità riveste un ruolo molto importante nel mio lavoro. A volte dico che mi considero come una Jane Austen ebrea.<br />
<em> Chi sono i tuoi eroi, in letteratura?</em><br />
Adoro l’umorismo di Dickens, di Thackeray e della Austen. Gli scrittori ebrei americani radicati nella tradizione europea, Dostoevskij, Kafka, Babel. Mi piacciono gli scrittori inglesi dell’Ottocento, però quelli in cui si sentono tracce del diciottesimo secolo. Sono un grande ammiratore della prosa del Settecento. Mi piace la sua sonorità, e la sentenziosità. Mi piace la stentorea serietà etica condotta attraverso l’ingegno e la satira. Vorrei tanto che oggi fosse ancora possibile scrivere come Dickens e tuttavia riuscire a rimanere uno scrittore popolare. Ma quel periodo è finito. In parte, per colpa degli scrittori seri, che si vedono in un ruolo diverso, e in parte per colpa dei lettori, perché non hanno più orecchio. A volte mi chiedo come mai non ho lettori in America; forse la ragione è proprio questa.</p>
<p>Da un’intervista di <a href="http://www.nextbook.org/cultural/feature.html?id=51" target="_blank">Elizabeth Manus</a><br />
Traduzione di Massimo Paravizzini</p>
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