
di Christian Frascella
In una società americana futuristica che ha proibito il contatto fisico tra individui e abolito l’istituzione famigliare e nella quale i figli vengono creati in provetta, il sesso è una necessità smaltita attraverso lo stimulator, e una Barriera – la più grande opera dell’umanità – divide la nazione dal resto del mondo. L’ingegnere William Fowke nota un’infiltrazione salina che sarebbe meglio non vedere nel comparto chilometri 44-56 cui è assegnato. Un’infiltrazione che, una volta estesa, potrebbe mettere a repentaglio l’asettica ma tranquillizzante pace che tutto circonda. Fowke è un uomo che si pone domande in un’epoca in cui i governi forniscono troppe facili risposte, perciò denuncia il problema della falla: nessuno vuole però badargli, i superiori cominciano anzi a considerarlo un rompiscatole, il suo bisogno di indagare la verità lo porta dapprima in carcere e poi tra gli Esclusi – uomini e donne che si riproducono come un tempo, che creano famiglie, che amano. E anche Fowke si innamora di Julia, l’agente che dovrebbe arrestarlo… Nel romanzo L’anno dell’inondazione la scrittura di David Ely, classe 1927, deve molto allo stile visionario di illustri predecessori quali Orwell e Philip K. Dick: ma la sua cifra stilistica si smarca da quella di cotanti colleghi grazie a un senso del ritmo impressionante e a descrizioni inquietanti e lapidarie: di una testa rotta dice che «pareva uno straccio bagnato»; fra il protagonista e Hilda, quella che è a tutti gli effetti la sua compagna di vita, «non c’è niente di personale»; l’America esiste perché «ha rubato spazio all’oceano, e l’oceano lo rivuole».
Anche se disseminato di ingenuità redazionali, L’anno dell’inondazione è un ottimo esempio di narrativa alta mascherata dai tessuti del genere, una coraggiosa proposta di riflessione sulla reciprocità sempre meno fisica e sempre più informatizzata, digitale, astratta che stiamo volontariamente o meno plasmando.
Christian Frascella, «tuttoLibri», 20 marzo 2010



