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	<pubDate>Tue, 01 Jun 2010 09:31:08 +0000</pubDate>
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		<title>Un mondo assurdo dalle regole sfuggenti</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Apr 2010 10:41:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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di Valerio Evangelisti 
Uno dei più straordinari romanzi di fantascienza che io abbia mai letto è uscito in originale nel 1992, ma, ristampato di recente nel mondo anglosassone, giunge in Italia solo ora. Difficile procurarsi notizie dettagliate sull’autore, David Ely (David Eli Lilienthal jr.), nato a Chicago, oggi ultraottantenne. Giornalista, militante per i diritti civili, [...]]]></description>
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<p class="MsoNormal"><img class="alignnone" src="http://www.edizionicargo.it/wp-content/uploads/2010/02/piatto-ely.jpg" alt="" width="200" height="300" /></p>
<p class="MsoNormal"><strong>di Valerio Evangelisti</strong><span> </span></p>
<p class="MsoNormal">Uno dei più straordinari romanzi di fantascienza che io abbia mai letto è uscito in originale nel 1992, ma, ristampato di recente nel mondo anglosassone, giunge in Italia solo ora. Difficile procurarsi notizie dettagliate sull’autore, David Ely (David Eli Lilienthal jr.), nato a Chicago, oggi ultraottantenne. Giornalista, militante per i diritti civili, autore di qualche romanzo e di numerosi racconti. Dal suo <em>Seconds</em><span> fu tratto nel 1966 il notissimo film </span><em>Operazione diabolica</em><span> di John Frankenheimer. Se il tempo gli renderà giustizia, sarà ricordato soprattutto per </span><em>L’anno dell’inondazione</em><span>. Siamo in un futuro imprecisato, né troppo vicino né troppo lontano. Gli Stati Uniti hanno ampliato di un terzo il loro territorio con la costruzione della Barriera, una diga titanica che si estende dal Canada alla Florida e tiene a bada l’Atlantico. La superficie strappata all’oceano ospita città e coltivazioni.<br />
Un ingegnere, William Fowke, si accorge che dalla diga filtra acqua salata, e che l’intero, mostruoso manufatto è destinato prima o poi a crollare, con conseguenze tragiche. Cerca di mettere in guardia i superiori, ma così facendo si scontra con un sistema di raffinata ottusità. Gli Stati Uniti del futuro non sono né una dittatura né una democrazia. Li regge un potere impersonale che, per evitare conflitti, ha messo al bando i rapporti umani, fisici ed emotivi. È vietato toccarsi (più per introiezione che per costrizione), coltivare relazioni troppo empatiche. I bambini nascono in provetta e subito sono allontanati dai genitori, il piacere sessuale è garantito da macchine simulatrici, la giovinezza è protratta oltre l’età naturale da interventi artificiali. È una forma di esistere basata sull’immobilismo e su una serie di regole (quasi) unanimemente accettate, ordinata da congegni che, in teoria, non possono sbagliare. La denuncia di Fowke sul pericolo che sovrasta la Barriera giunge ad autorità che nemmeno riescono a concepire che il sistema abbia una falla; e quanto più lui cerca di scalare, con il suo avvertimento, la gerarchia del potere, tanto meno trova interlocutori capaci di prestargli ascolto. In alto c’è il vuoto, esattamente come in basso. Finisce che Fowke, con la sua insistenza, si rende sospetto e passa, contro ogni sua intenzione, per un fastidioso perturbatore. Conosce così, l’uno dopo l’altro, tutti i gradi dell’emarginazione, in una società che non prevede pena di morte né prigioni propriamente dette. Restando sempre aggrappato ai valori <em>borderline</em><span> universalmente condivisi. Finché&#8230; finché non scatta la solita storia d’amore, penseranno alcuni. Invece è una storia d’amore, sì, ma non la </span><em>solita</em><span>. Anzi. E il lieto fine non è per nulla assicurato. All’inizio si è un po’ smarriti, tale è il tasso di invenzioni (alcune inedite, altre meno) che Ely inietta nel suo romanzo. Ci si trova in un mondo assurdo, dalle regole sfuggenti, pieno di robot dai nomi animali – felidi, muridi, ursidi, ecc. – che l’autore si guarda dal descrivere in dettaglio. Eppure, dopo poche pagine, quell’universo ci diventa familiare, così come il potere acefalo che lo governa. Da quel momento la </span><em>suspense</em><span> non ha limiti, anche grazie alla credibilità psicologica di Fowke e dei comprimari, sia pure solo intravisti.<br />
La quarta di copertina fa riferimento a Orwell e a Ballard. Sarei più per il secondo (ma Ely, a mio giudizio, scrive molto meglio di Ballard), e potrei aggiungere altri autori, come Robert Silverberg (o, precedente più nobile ancora, Franz Kafka), che hanno trattato il tema della spersonalizzazione. L’originalità di Ely, quella che conferisce al suo romanzo una struggente forza poetica, sta però nell’avere eletto a protagonista autentica la Barriera: costruzione magnifica e orribile al tempo stesso, ipnotico crinale tra la furia dell’oceano e una vita artefatta che, nel gorgo di una futura catastrofe inevitabile, merita solo di essere sommersa e cancellata.</span></span></p>
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoNormal">Valerio Evangelisti, Carmillaonline, 31 marzo 2010</p>
<p><!--EndFragment--></p>
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		<title>David Ely, un “visionario” alla Orwell</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Apr 2010 10:32:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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di Christian Frascella
In una società americana futuristica che ha proibito il contatto fisico tra individui e abolito l’istituzione famigliare e nella quale i figli vengono creati in provetta, il sesso è una necessità smaltita attraverso lo stimulator, e una Barriera – la più grande opera dell’umanità – divide la nazione dal resto del mondo. L’ingegnere [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone" src="http://www.edizionicargo.it/wp-content/uploads/2010/02/piatto-ely.jpg" alt="" width="200" height="300" /></p>
<p><strong>di Christian Frascella</strong></p>
<p class="MsoNormal">In una società americana futuristica che ha proibito il contatto fisico tra individui e abolito l’istituzione famigliare e nella quale i figli vengono creati in provetta, il sesso è una necessità smaltita attraverso lo <em>stimulator</em><span>, e una Barriera – la più grande opera dell’umanità – divide la nazione dal resto del mondo. L’ingegnere William Fowke nota un’infiltrazione salina che sarebbe meglio non vedere nel comparto chilometri 44-56 cui è assegnato. Un’infiltrazione che, una volta estesa, potrebbe mettere a repentaglio l’asettica ma tranquillizzante pace che tutto circonda. Fowke è un uomo che si pone domande in un’epoca in cui i governi forniscono troppe facili risposte, perciò denuncia il problema della falla: nessuno vuole però badargli, i superiori cominciano anzi a considerarlo un rompiscatole, il suo bisogno di indagare la verità lo porta dapprima in carcere e poi tra gli Esclusi – uomini e donne che si riproducono come un tempo, che creano famiglie, che amano. E anche Fowke si innamora di Julia, l’agente che dovrebbe arrestarlo… Nel romanzo </span><em>L’anno dell’inondazione</em><span> la scrittura di David Ely, classe 1927, deve molto allo stile visionario di illustri predecessori quali Orwell e Philip K. Dick: ma la sua cifra stilistica si smarca da quella di cotanti colleghi grazie a un senso del ritmo impressionante e a descrizioni inquietanti e lapidarie: di una testa rotta dice che «pareva uno straccio bagnato»; fra il protagonista e Hilda, quella che è a tutti gli effetti la sua compagna di vita, «non c’è niente di personale»; l’America esiste perché «ha rubato spazio all’oceano, e l’oceano lo rivuole».<br />
Anche se disseminato di ingenuità redazionali, <em>L’anno dell’inondazione</em><span> è un ottimo esempio di narrativa alta mascherata dai tessuti del genere, una coraggiosa proposta di riflessione sulla reciprocità sempre meno fisica e sempre più informatizzata, digitale, astratta che stiamo volontariamente o meno plasmando.</span></span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Christian Frascella, «tuttoLibri», 20 marzo 2010</span></p>
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoNormal"><span> </span></p>
<p class="MsoNormal">
<p><!--EndFragment--></p>
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		<title>In fine</title>
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		<pubDate>Thu, 25 Mar 2010 15:50:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<category><![CDATA[novità]]></category>

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Yaakov Shabtai
Traduzione di Elena Loewenthal

 
 
Il capolavoro postumo di uno dei maggiori scrittori israeliani del nostro tempo.

Meir, di professione ingegnere, vive a Tel Aviv. A un abituale controllo medico gli viene diagnosticata una semplice ipertensione. Niente di grave, ma questa banale malattia segna un drastico cambiamento nella sua vita: Meir si sente di colpo tradito dal [...]]]></description>
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<p class="MsoNormal"><span><strong>Yaakov Shabtai</strong><br />
<!--StartFragment--><span>Traduzione di Elena Loewenthal</span></span></p>
<p class="MsoNormal"><a href="http://www.edizionicargo.it/wp-content/uploads/2010/03/in-fine1.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-277" title="in-fine1" src="http://www.edizionicargo.it/wp-content/uploads/2010/03/in-fine1-194x300.jpg" alt="" width="194" height="300" /></a></p>
<p class="MsoNormal"> </p>
<p class="MsoNormal"> </p>
<p class="MsoNormal"><strong>Il capolavoro postumo di uno dei maggiori scrittori israeliani del nostro tempo.</strong></p>
<p class="MsoNormal"><!--StartFragment--></p>
<p class="MsoNormal"><span>Meir, di professione ingegnere, vive a Tel Aviv. A un abituale controllo medico gli viene diagnosticata una semplice ipertensione. Niente di grave, ma questa banale malattia segna un drastico cambiamento nella sua vita: Meir si sente di colpo tradito dal suo corpo, ha l’impressione che la vita gli abbia fatto un torto.<br />
Sopraffatto dall’improvvisa consapevolezza dello scorrere del tempo, del passare degli anni e dell’ineluttabilità della morte, Meir inizia la sua lotta interiore per venire a patti con la sua condizione di uomo e di creatura mortale. E nel suo tentativo di ribellarsi all’idea di tale inesorabile decadenza, oscilla tra un senso paralizzante di paura del futuro e il desiderio scatenato quanto velleitario di non lasciarsi sfuggire più nulla, a cominciare da nuove esperienze sensuali ed erotiche.<br />
Inseguito dalla sua irrequietezza, lascia Israele per l’Europa, prima Amsterdam e poi Londra. Ma questa ricerca di liberazione non si rivela tale e il senso di estraneità lo spinge a fare ritorno a casa. Neanche qui, però, i suoi tormenti gli daranno tregua.<br />
<span><em>In fine </em></span><span>è la cronaca di questo vagare sbandato tra Israele e l’Europa, tra visioni d’infanzia e profezie senza futuro, ma è anche un’impietosa beffa delle umane debolezze e velleità.</span></span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Biblioteca di Cargo<br />
320 pp.<br />
20,00 euro<br />
978-88-6005-031-1</span></p>
<p class="MsoNormal"><strong><a href="http://www.ibs.it/code/9788860050311/shabtai-yaakov/in-fine.html" target="_blank">Acquista il libro su IBS</a></strong></p>
<p><!--EndFragment--></p>
<p class="MsoNormal"><span> </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Yaakov Shabtai è un grande maestro della descrizione “molecolare”. La sua attenzione ai minimi particolari della vita di ogni giorno è proustiana o joyciana. Nello stesso tempo Shabtai è il grande narratore del divario tra i sogni d’Israele e le realtà d’Israele. Non dimenticherete mai questo libro.<br />
Amos Oz</span></p>
<p class="MsoNormal"><span> </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Un romanzo avvincente in cui Shabtai, autore di enorme talento, scandaglia con grande acume il mistero del significato della vita, servendosi del suo caratteristico, creativo flusso di coscienza.<br />
«Publishers Weekly»</span></p>
<p class="MsoNormal"><span> </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Shabtai si muove sinuosamente entrando e uscendo da differenti epoche e differenti livelli di coscienza e, come Proust, rievoca immagini e oggetti della nostra esistenza, che si sgretolano sotto il tocco corrosivo del tempo.<br />
«The New York Times»</span></p>
<p><!--EndFragment--></p>
<p><!--EndFragment--></p>
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		<title>La Manhattan bianca ed ebrea di Woody Allen</title>
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		<pubDate>Wed, 17 Mar 2010 19:09:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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di Marco Braggion
New York, 2001. Artie Rubin disegna e scrive libri illustrati di gran pregio. Vive insieme a sua moglie Johanna, agente di Borsa, la sua vita da agiato borghese in una Manhattan bianca ed ebrea che ricorda il sapore dolce-amaro dei primi film di Woody Allen. Il suo ultimo lavoro consiste nel raccontare le [...]]]></description>
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<p class="MsoNormal"><img class="alignnone" style="border: 1px solid black;" src="http://www.edizionicargo.it/wp-content/uploads/2009/09/nissenson72-203x300.jpg" alt="" width="203" height="300" /></p>
<p class="MsoNormal"><strong>di Marco Braggion</strong></p>
<p class="MsoNormal"><span><span>New York, 2001. Artie Rubin disegna e scrive libri illustrati di gran pregio. Vive insieme a sua moglie Johanna, agente di Borsa, la sua vita da agiato borghese in una Manhattan bianca ed ebrea che ricorda il sapore dolce-amaro dei primi film di Woody Allen. Il suo ultimo lavoro consiste nel raccontare le vicissitudini di Odino e delle altre divinità norrene seguendo il poema epico <em>Edda</em></span><span>. Tra una passeggiata col cane Muggs sull’Ottantunesima Strada e una capatina dal rabbino, il vecchio Artie non può prevedere che il suo mondo di certezze sta cedendo inesorabilmente: la moglie ipertesa incorrerà in un attacco cardiaco, la figlia Leslie comunicherà ai genitori di essere in dolce attesa e sul calendario non manca molto all’11 settembre. In un batter d’occhio la caduta delle Twin Towers e la confusione per i numerosi accadimenti inattesi porteranno Artie a un ripensamento critico di tutta la sua vita che coinvolgerà l’intera città di New York, l’America ed il cosiddetto Occidente. “I giorni del pentimento” (questo il titolo originale del romanzo) saranno in parte mitigati dalle preghiere e dai riti ebraici, o dalla concentrazione sul lavoro e sulla poesia delle storie di Odino, che invita il vecchio illustratore a cogliere la bellezza del momento, come: «un altro giorno vissuto, / l’amore dell’amata, / una torcia che brucia, / ghiaccio attraversato, / stivali asciutti, / birra bevuta»&#8230; Un libro quasi ignorato dai lettori e dalle classifiche di vendita che fa scoprire invece un grande scrittore, abile come pochi a narrare – senza cadere nel patetico o nel lezioso – il dolore e la tristezza più profondi. Come il più sorprendente Safran Foer, ma senza l’ausilio di troppe sperimentazioni, Nissenson riesce a far coesistere in poco più di duecento pagine un inno all’amore tra over sessanta ricco di tenerezza e di desiderio (crudissime e stupende le descrizioni degli amplessi della coppia), la descrizione del lavoro artigianale dell’artista che si scontra giorno per giorno con la difficoltà di tradurre in immagini il mito, e per finire la grande catastrofe dell’attacco alla grande mela da parte dei terroristi. In più in tutta la vicenda si respira quell’umorismo caustico dei grandi narratori ebrei nordamericani, geniali nel prendersi in giro e nel tratteggiare personaggi memorabili. La paura del protagonista per un futuro incerto senza legami familiari è il preludio a quello che oggi proviamo in questo periodo di crisi, probabilmente iniziato con la caduta dei simboli del capitalismo occidentale. Una storia che ci coinvolge in prima persona, ci fa piangere e ridere, ci trascina nel ricordo e ci arricchisce come quando guardiamo un capolavoro.<br />
Marco Braggion, </span><a href="http://www.mangialibri.com/node/5988" target="_blank">mangialibri</a></span></p>
<p class="MsoNormal">
<p><!--EndFragment--></p>
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		<title>Un’infanzia a trazione inferiore</title>
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		<pubDate>Tue, 16 Mar 2010 12:46:13 +0000</pubDate>
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di Raffaello Ferrante

Siamo negli anni Cinquanta, e Oliver Walzer ha all’incirca undici anni quando scopre per la prima volta il ping pong. È nel laghetto dell’Heaton Park, alla periferia di Manchester, che trova infatti la piccola pallina bianca di celluloide che darà il la alla sua primordiale passione. Da quel momento in poi, per la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!--StartFragment--></p>
<p class="MsoNormal"><img class="alignnone" src="http://www.edizionicargo.it/wp-content/uploads/2009/10/walzer72.jpg" alt="" width="199" height="300" /></p>
<p class="MsoNormal"><strong>di Raffaello Ferrante</strong></p>
<p class="MsoNormal"><strong></strong></p>
<p class="MsoNormal">Siamo negli anni Cinquanta, e Oliver Walzer ha all’incirca undici anni quando scopre per la prima volta il ping pong. È nel laghetto dell’Heaton Park, alla periferia di Manchester, che trova infatti la piccola pallina bianca di celluloide che darà il la alla sua primordiale passione. Da quel momento in poi, per la disperazione delle due sorelle maggiori, inizierà un’infinita iniziazione sportiva a colpi de<em> Il dottor Jekyll e Mister Hyde </em><span>– già, proprio il libro di Robert Louis Stevenson – sostitutivo naturale e neanche poi così irregolare come ci si potrebbe aspettare di una più normale e regolamentare racchetta da ping pong. Non c’è minuto libero della giornata che Oliver non utilizzi il volume per allenarsi contro il muro della sua camera, sognando di strappare il titolo all’allora campione Ogimura, da stracciarsi grazie a un perentorio 21-0 21-0 21-1 prima di fiondarsi tra orde di fans in liquido delirio per lui. Insomma in breve non solo l’infinita schiera di donne del ramo materno si erano dovute arrendere al prodigioso effetto tagliato che il giovane Walzer aveva presto – non si sa bene come – immagazzinato, ma anche i parenti maschi della frangia paterna e persino i sempre più incuriositi vicini di casa erano finiti ko sotto i fendenti – sempre effettuati con il romanzo di Stevenson tra le mani – dell’astro nascente Oliver Walzer. Eppure neppure quell’escalation pareva lenire la timidezza cronica di cui si sentiva vittima il ragazzo. Anzi. Il rossore addirittura aumentava in maniera direttamente proporzionale al numero di successi ottenuti. «Uno: mi vergognavo di esistere, e due: mi vergognavo che la mia esistenza fosse coronata dal successo». Certo, non è che il suo secondo sport preferito – stare ore rinchiuso in bagno a incollare i volti delle zie tagliati dalle foto di famiglia su corpi di pin-up presi da rotocalchi scandalistici – fosse la terapia più indicata per riuscire a lenire quel primordiale e fastidioso senso di timida inadeguatezza. Così, sarà proprio il ping pong a fornirgli finalmente l’occasione di poter mettere finalmente la testa fuori dal guscio famigliare e rompere il sacco amniotico protettivo che fino ad allora lo aveva ossessivamente protetto. Ma sarà capace Oliver di scrollarsi di dosso le sue insicurezze o porterà anche all’esterno del suo guscio i retaggi indelebili della sua infanzia a trazione inferiore?  È ancora la casa editrice Cargo a regalarci la seconda fatica – in realtà l’opera arriva in Italia solo ora ma è un romanzo scritto oltre dieci anni fa – di Howard Jacobson, scrittore, saggista e giornalista di origine ebrea. Così come nel successivo </span><em>Kalooki Nights </em><span>– edito nel 2008 – Jacobson mette già qui in campo tutto il repertorio della sua fine arte narratoria. Ironico, caustico, esilarante ma anche irrimediabilmente commovente, Jacobson sa giocare meravigliosamente, in perfetto stile yiddish irriverente e sarcastico, su tic e manie di un giovane predestinato potenziale numero uno nello sport e nella vita, incapace però di allenarsi alla vittoria e al successo. Oliver Walzer (e il gioco di parole del cognome è il perfetto metronomo che cadenza questa formidabile vaudeville) proverà a uscire dal guscio della sua timidezza esistenziale grazie al ping pong, ma solo nella sconfitta saprà trovare – con incommensurabile cifratura ironica – la giusta dimensione e collocazione ne mondo per sé e per i suoi cari. Insomma per dirla alla Foer: «Ne </span><em>L’imbattibile Walzer</em><span>, Howard Jacobson ha fatto del ping pong quello che Philip Roth ha fatto della masturbazione in </span><em>Lamento di Portnoy</em><span>».<br />
Raffaello Ferrante, </span><a href="http://www.mangialibri.com/node/5917" target="_blank">mangialibri.com</a></p>
<p class="MsoNormal">
<p><!--EndFragment--></p>
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		<title>L&#8217;anno dell&#8217;inondazione</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Feb 2010 12:13:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[biblioteca di cargo]]></category>

		<category><![CDATA[novità]]></category>

		<category><![CDATA[primo piano]]></category>

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		<description><![CDATA[David Ely
Traduzione di Francesco Francis




Una società impersonale, un mondo conformista dove la solitudine è un valore e il contatto fisico un atto di sovversiva ribellione. Un racconto forte e di feroce amarezza che ricorda l’inquietante immaginario di Orwell e la narrativa apocalittica di Ballard.

Nella futuristica e sardonica fiaba di Ely, i robot da attacco funzionano [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>David Ely</strong><br />
Traduzione di Francesco Francis</p>
<p><a href="http://www.edizionicargo.it/wp-content/uploads/2010/02/ely_def.tif"><img class="alignnone size-medium wp-image-264" title="ely_def" src="http://www.edizionicargo.it/wp-content/uploads/2010/02/piatto-ely.jpg" alt="" width="200" height="300" /></a></p>
<p><a href="http://www.edizionicargo.it/wp-content/uploads/2010/02/piatto-ely.jpg"></a></p>
<p><!--StartFragment--></p>
<p class="MsoNormal"><!--StartFragment--></p>
<p class="MsoNormal"><strong>Una società impersonale, un mondo conformista dove la solitudine è un valore e il contatto fisico un atto di sovversiva ribellione. Un racconto forte e di feroce amarezza che ricorda l’inquietante immaginario di Orwell e la narrativa apocalittica di Ballard.</strong></p>
<p><!--EndFragment--></p>
<p class="MsoNormal">Nella futuristica e sardonica fiaba di Ely, i robot da attacco funzionano come cani da guardia per un governo in stile Grande Fratello, gli uomini sono creati in provette e le famiglie sono una realtà appartenente al passato. La maggior parte delle persone non fa sesso come intendiamo noi, ma ne fa “esperienza” in appositi macchinari chiamati <em>stimulator</em><span>. Quelli che si riproducono alla vecchia maniera sono “gli esclusi”, condannati a vivere nelle colonie della giungla e delle riserve.<br />
In questa società altamente impersonale e ultraconformista, William Fowke, ingegnere di Baltimora, viene subito bollato come un piantagrane quando fa presente ai superiori l’esistenza di una falla nella Barriera, massiccia diga che tiene a freno l’Atlantico, permettendo a milioni di americani di abitare il litorale orientale artificialmente esteso. Per questa iniziativa, Fowke è imprigionato, e poi trasportato in una “colonia” del Kansas.<br />
La sua fuga verso Washington e il suo rapporto con Julia, la glaciale agente che lo deve arrestare e che forse lo ama, occupano la seconda parte della storia.<br />
In questa parabola di agghiacciante forza e penetrante bellezza, Ely bilancia l’impersonalità di personaggi emotivamente bloccati e simili a robot con scene drammatiche e da black comedy.<br />
«Publisher’s Weekly»</span></p>
<p class="MsoNormal"><!--StartFragment--></p>
<p class="MsoNormal">Biblioteca di Cargo<br />
272 pp.<br />
18,50 euro<br />
978-88-6005-029-8</p>
<p class="MsoNormal"><!--StartFragment--></p>
<p class="MsoNormal"><strong><a href="http://www.ibs.it/code/9788860050298/ely-david/anno-dell-inondazione.html" target="_blank">Acquista il libro su IBS</a></strong></p>
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<p class="MsoNormal"><!--StartFragment--></p>
<p class="MsoNormal">David Ely ha uno straordinario talento per il più difficile di tutti i generi letterari e riveste un posto di primo piano tra i principali scrittori della letteratura americana contemporanea.<br />
Anthony Burgess</p>
<p class="MsoNormal"><!--StartFragment--></p>
<p class="MsoNormal">È un piacere imbattersi in un vero nuovo talento.<br />
Eric Ambler</p>
<p class="MsoNormal">La prosa di Ely continuerà a perseguitare le mie notti e i miei giorni per anni.<br />
Ralph Ellison</p>
<p class="MsoNormal"><em><span style="font-style: normal;"><strong><a href="http://www.edizionicargo.it/david-ely-un-%e2%80%9cvisionario%e2%80%9d-alla-orwell" target="_self">Christian Frascella, «tuttoLibri», 20 marzo 2010</a></strong></span><br />
<span style="font-style: normal;"><em>L’anno dell’inondazione</em><span> è un ottimo esempio di narrativa alta mascherata dai tessuti del genere.</span></span></em></p>
<p class="MsoNormal"><span><strong><a href="http://www.carmillaonline.com/archives/2010/03/003411.html" target="_blank">Valerio Evangelisti, Carmillaonline, 31 marzo 2010</a></strong><br />
Uno dei più straordinari romanzi di fantascienza che io abbia mai letto</span></p>
<p class="MsoNormal">
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		<title>Il senso dell&#8217;umorismo ha un unico effetto: metterti nei guai</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Feb 2010 11:41:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[articoli]]></category>

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		<description><![CDATA[
di Howard Jacobson
Devo smetterla di essere spiritoso, o meglio – non vorrei apparire vanesio –, devo smettere di provarci. Ordini del medico. Ordini di mia moglie. Ordini degli amici. Basta con le battute. E non dire: «Niente più battute, di già». Altrimenti sembra che stai ancora cercando di essere spiritoso.
Non che sia poi così difficile [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!--StartFragment--></p>
<p class="MsoNormal"><strong>di Howard Jacobson</strong></p>
<p class="MsoNormal">Devo smetterla di essere spiritoso, o meglio – non vorrei apparire vanesio –, devo smettere di provarci. Ordini del medico. Ordini di mia moglie. Ordini degli amici. Basta con le battute. E non dire: «Niente più battute, di già». Altrimenti sembra che stai ancora cercando di essere spiritoso.<br />
Non che sia poi così difficile obbedire. Oramai non è rimasto più nulla di divertente. Le innumerevoli case di Jacqui Smith – suo marito guarda film a luci rosse in quella di Redditch, mentre la polizia controlla il numero di notti che lei passa in quella di South London, per non parlare della storia dell’appartamento che divide con la sorella, hai la sensazione che da un momento all’altro salterà fuori che ne divide una anche con te – diciamocelo, non c’è proprio niente da ridere. Idem per il quotidiano sconcerto di Gordon Brown. Idem per l’idea che Cameron possa far meglio. Idem per un nuovo romanzo di Dan Brown. Oppure – visto che si parla di libri, e cosa potrebbe esserci di meno divertente dei libri – della ex vincitrice di <em>X Factor</em><span> <span>Leona Lewis che firma copie della sua autobiografia da Waterstone’s.<br />
<span>La sua cosa? La sua autobiografia. Leona Lewis ha ventiquattro anni e lei, o qualcun altro, ha scritto la sua autobiografia. Dovrebbe far ridere ma non è così. Dovrebbe far ridere che migliaia di ragazze la acquisteranno per imparare come diventare un’ex vincitrice di </span><em>X Factor</em><span> e scrivere, o farsi scrivere, l’autobiografia. <span>Dovrebbe far ridere, ma non è così.<br />
Tuttavia, il divieto di fare battute non ha nulla a che vedere con il fatto che ci sia o no qualcosa da ridere. E comunque le battute migliori sono quelle che riescono a illuminare ciò che non è affatto divertente. Pensate ad Amleto al cimitero, che discute con il teschio di Yorick. «Vai da qualche signora e dille che si passi pure sul viso ditate e ditate di trucco. Diventerà così. Falla ridere di questo». Morte e dissoluzione: questa è la vera sfera d’azione del comico.<br />
<span>Per questo cerco di essere </span>spiritoso<span> ogni volta che vado dal dottore. «Allora, che cos’hai?» mi chiede mia moglie quando rientro. «Oh, niente» rispondo. «Che vuol dire niente? Cos’ha detto il medico?». Abbasso gli occhi. La verità è che non me lo ricordo. Perché? Perché mentre parlava non lo stavo a sentire. E per quale ragione? Perché cercavo di divertirlo.<br />
Mentre lo faccio mi sembra una cosa sensata. In quel luogo senza speranze che è il suo ambulatorio i pazienti si accalcano e sfilano, un caso patologico dopo l’altro, infermi, angosciati, ossessionati dai propri malanni. Ha bisogno di qualcuno che gli alleggerisca la mattinata. E considerato dove mi trovo, io ho bisogno di qualcuno che alleggerisca la mia. Così mi metto a scherzare. Quando gli inizia a tremare la mano, penso che avrei fatto meglio a star zitto. Ma mi sono fatto quest’idea: se riesco a farlo sentire più allegro mentre mi visita, non troverà niente. «Ah, ah, ah, indovina cos’hai…». Sembra improbabile, non vi pare? Perciò, pur senza aver precisamente formulato una teoria sul binomio risate-buona salute, devo essermi in qualche modo convinto che finché ce la spassiamo insieme, non salterà fuori nessun tumore maligno annidato da qualche parte nel mio corpo. La conseguenza, però, è che non mi concentro su quel che dice il dottore e dopo, quando torno a casa, non riesco a ricordare cosa pensa che vada o non vada nella mia salute.<br />
<span>Adesso mia moglie mi proibisce di fare lo spiritoso con chiunque venga a casa nostra per lavoro. Soprattutto con quelli che ci mettono meticolosamente in conto ogni minuto. «Ho notato» ho detto la settimana scorsa al tecnico che ci ha riparato il microonde «che non ha dedotto nemmeno un po’ del tempo passato a ridere per le mie battute». </span>Al che lui ha abilmente simulato un altro accesso di risa ancor più convulse, ma sempre senza arrestare il temporizzatore. Non capivo perché mai mia moglie mi guardasse di traverso. «Tieni, pensa tu al conto» mi ha detto dopo.<br />
Che diamine! Quattro ore e mezza per aggiustare un commutatore, a settantacinque sterline l’ora… a partire da quando ha suonato il campanello.<br />
Di recente mia moglie e io abbiamo fatto un esame del sangue assieme. Nessun feticismo, era solo per risparmiare tempo. L’addetto ai prelievi aveva un tesserino da tirocinante. «Quanti ne ha già fatti?» gli ho chiesto. Mia moglie mi ha guardato di traverso. «Quarantotto» ha detto lui. «E quanti sono sopravvissuti?». Altra occhiataccia di mia moglie. Lui ha sorriso. «Tutti, spero» ha detto. «Almeno finora». Si stava occupando di mia moglie in quel momento. Distratto dallo scambio di battute, non ha premuto abbastanza forte il tampone di garza sulla puntura. Ed ecco che subito un livido violaceo delle dimensioni di una palla da tennis le si è allargato sul braccio. Colpa mia. Io distraggo un tirocinante in medicina con una battuta e mia moglie rimane sfregiata.<br />
«Per lo meno la sua mattinata è stata più spassosa del solito» le dico.<br />
In realtà, non sempre le persone che ti sforzi di divertire ti sono riconoscenti. Diversi anni fa entrai da <span>Brooks Brothers in Regent Street, per chiedere un paio di pantaloni di velluto a coste giallo canarino stile Ivy League che avevo visto in vetrina e, con mia grande sorpresa, trovai tutti i commessi schierati in fila, quasi dovessero fare il saluto alla regina; solo che era </span>a me<span> che davano</span> il benvenuto. Chi lo sa, pensai, saranno lettori della mia rubrica. O dei miei romanzi. Possibile che avessi scoperto di avere un numero di lettori che solo <span>Leona Lewis potrebbe sognare di avere?<br />
<span>«</span>Estremamente gentile da parte vostra, ragazzi, ma non è il caso» dissi, aspettandomi un applauso. Nessuno mosse un muscolo. «Ve ne prego, state pure comodi» dissi. Non un battito di ciglia. «Che si fa, misuro da solo la lunghezza della gamba?» domandai a quel punto. Ancora nessun segno di riconoscimento, a meno che non si voglia definire tale il contegno gelido e noncurante di quindici pomposi commessi <span>Brooks Brothers.<br />
Fu soltanto mentre lasciavo il negozio senza pantaloni che udii uno scampanio e appresi che lo staff aveva commemorato l’anniversario dell’11 settembre con due minuti di silenzio. Tutta Regent Street aveva fatto lo stesso. L’unico elemento di disturbo in quella quiete assoluta ero stato io. L’intrattenitore.<br />
Dev’essere una sorta di terrore a farmi agire in questo modo. Finché continui a fare battute, non devi stare ad ascoltare nessun altro. Cos’è che ha scritto <span>George Eliot, in <em>Middlemarch</em></span><span>, riguardo la necessità di un certo tipo di sordità morale, senza la quale «moriremmo per il frastuono che è al di là del silenzio»? Chi di noi vuole davvero sapere quel che il dottore ha da dirci? O ciò che una celebrità pubblicizza? O quel che esige l’ideologo? O ciò che gli avidi hanno da dire in propria discolpa? Meglio soffocare tutto con qualcosa di divertente. Ammesso che si riesca a trovare qualcosa di divertente.</span></span></span></span></span></span></span></span></p>
<p class="MsoNormal"><span>© Howard Jacobson<br />
Originariamente pubblicato su «The Independent»<br />
Traduzione di Milena Zemira Ciccimarra</span></p>
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		<title>Oggi gli ebrei in Inghilterra sono demonizzati (a teatro)</title>
		<link>http://www.edizionicargo.it/oggi-gli-ebrei-in-inghilterra-sono-demonizzati-a-teatro/</link>
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		<pubDate>Mon, 01 Feb 2010 11:23:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[interviste]]></category>

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		<description><![CDATA[
Howard Jacobson. L’autore de L’imbattibile Walzer ama i perdenti, anche a ping pong, sport amato dalla comunità ebraica. «Gli inglesi temono gli islamici, l’aria contro Israele è sempre più pesante». Ahmadinejad? «Lo chiuderei in una cella con Primo Levi per fargli cambiare idea».
di Antonello Guerrera

In Italia, come non di rado accade, è arrivato tardi. Forse [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!--StartFragment--></p>
<p class="MsoNormal"><strong style="font-weight: bold;">Howard Jacobson. L’autore de </strong><em style="font-style: italic;"><strong style="font-weight: bold;">L’imbattibile Walzer</strong></em><strong style="font-weight: bold;"> ama i perdenti, anche a ping pong, sport amato dalla comunità ebraica. «Gli inglesi temono gli islamici, l’aria contro Israele è sempre più pesante». Ahmadinejad? «Lo chiuderei in una cella con Primo Levi per fargli cambiare idea».<br />
di Antonello Guerrera</strong></p>
<p class="MsoNormal"><!--StartFragment--></p>
<p class="MsoNormal">In Italia, come non di rado accade, è arrivato tardi. Forse perché la sua produzione letteraria è visceralmente legata al suo territorio, ovvero quei tragicomici angoli ebraici di Manchester. Ma Howard Jacobson, scrittore britannico ed editorialista dell’<em style="font-style: italic;">Independent</em><span>, non poteva essere più ignorato. Bene ha fatto Cargo a portare in Italia nel 2008 il suo </span><em style="font-style: italic;">Kalooki Nights</em><span> e poi, a fine 2009, </span><em style="font-style: italic;">L’imbattibile Walzer</em><span> (448 pp., euro 19,50) che quando uscì in Inghilterra (nel lontano 1999) vinse il Premio Wodehouse per il libro comico (poi ottenuto due anni dopo da Jonathan Coe). Il massimo comun divisore della produzione letteraria di Jacobson è uno spudorato, eccentrico e corrosivo </span><em style="font-style: italic;">jewish humour</em><span>, presente anche in </span><em style="font-style: italic;">L’imbattibile Walzer</em><span>, probabilmente la sua opera più autobiografica: è la storia di Oliver Walzer, ragazzino timido e insicuro che comincia a dialogare con il mondo a colpi di ping pong e controverse esperienze sessuali, dall’adolescenza inzuppata di yiddish all’aspra maturità. Alla vigilia della Giornata della memoria, </span><em style="font-style: italic;">il Riformista</em><span> ha avuto il piacere di intervistare l’autore.</span></p>
<p class="MsoNormal"><strong style="font-weight: bold;">Mr. Jacobson, cosa rende lo humour ebraico, ingrediente essenziale dei suoi romanzi, così unico?<br />
<span style="font-weight: normal;">Il masochismo. È uno humour che si è sviluppato negli anni come uno scudo dopo tutto quello che la comunità ha passato. Se testi il dolore volontariamente sulla tua pelle, non hai più paura del male che ti possono infliggere gli altri. Lo sa quante battute degli ebrei toccano le viscere più drammatiche della nostra storia, come l’Olocausto o i lager? Scherziamo su tutto, questa è una vittoria intellettuale sui nostri nemici.</span></strong></p>
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoNormal"><strong style="font-weight: bold;">Quanto è autobiografico <em style="font-style: italic;">L’imbattibile Walzer</em></strong><span><strong style="font-weight: bold;">?<br />
<span style="font-weight: normal;">Moltissimo, più di altri miei romanzi. Innanzitutto c’è il ping pong, una mia grande passione e un’istituzione per la comunità ebraica. Le nostre madri ci dissuadevano dall’intraprendere sport più duri come il rugby e il calcio per dirottarci sul “più sicuro” tavolo da gioco del ping pong. E poi ci sono lo scenario di Manchester, la seconda città inglese per popolazione <em style="font-style: italic;">jewish</em><span>, la progressiva perdita dello yiddish, gli affari sbagliati di mio padre. Insomma, tutto il mio nostalgico mondo in una calda commedia umana, nella quale Oliver non riesce a realizzare i suoi sogni. Ma mi piacciono i perdenti. Sono più commoventi.</span></span></strong></span></p>
<p class="MsoNormal"><strong style="font-weight: bold;">Lei è stato definito il Philip Roth inglese, ma anche la “Jane Austen ebrea”. In chi si riconosce di più?<br />
<span style="font-weight: normal;">A dire il vero, mi hanno definito anche il Woody Allen inglese. L’ho visto circa due mesi fa qui a Londra e gliel’ho detto. Lui mi ha risposto: «Mi dispiace!». Una cosa è certa, comunque: tutti si riferiscono al mio essere ebreo. E, mi creda, è raro trovare in Gran Bretagna uno scrittore ebreo che scriva di vicende ebraiche, perché tutti cercano di travestirsi da inglesi. Mentre la più giovane cultura degli Stati Uniti d’America ha un evidente sostrato ebraico, l’Inghilterra ha sempre lasciato poco spazio alla cultura del nostro popolo, perché chiusa in se stessa. Oltremanica ti senti sempre uno straniero e devi lottare tanto per farti sentire.</span></strong></p>
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoNormal"><strong style="font-weight: bold;">A questo proposito, da ebreo, come è cambiata la sua vita in una nazione come l’Inghilterra che anno dopo anno incrementa la sua comunità islamica?<br />
<span style="font-weight: normal; ">Teoricamente non mi sento più alienato di prima. Anzi, è un fenomeno che desta il mio interesse, dal momento che ebrei ed islamici hanno molto in comune nella loro alienazione. Però il dialogo spesso è impossibile perché siamo costantemente distratti da quello che accade in Medio Oriente tra Israele e Palestina. La cosa più preoccupante, tuttavia, è che i britannici sembrano aver paura dei musulmani e li accontentano in diverse circostanze, a differenza degli ebrei. In Inghilterra, Israele viene spesso descritto, a priori, in maniera ingiusta.</span></strong></p>
<p class="MsoNormal"><strong style="font-weight: bold;">È quello che lei, sull’<em style="font-style: italic;">Independent</em></strong><span><strong style="font-weight: bold;">, ha chiamato «l’antico pregiudizio» sugli ebrei?<br />
<span style="font-weight: normal; ">Certo, soprattutto quando vedo che non c’è spazio per il dibattito politico e ognuno si barrica nei luoghi comuni. Un anno fa è stata emblematica a Londra la rappresentazione teatrale <em style="font-style: italic;">Seven Jewish Children. A Play for Gaza</em><span> di Caryll Churchill, dove gli ebrei venivano dipinti come demoni, festanti alla morte dei bambini palestinesi. Così si esula dalla mera politica. Le radici di questo astio nei confronti di Israele risalgono alla guerra dei Sei Giorni e poi alla caduta del comunismo nell’89, quando la sinistra, specialmente quella inglese, aveva perso ogni punto di riferimento e allora, riallacciandosi a Marx e Trotskij e visto che gli ebrei erano i “capitalisti ricchi”, si è schierata unilateralmente e irrazionalmente contro gli ebrei.</span></span></strong></span></p>
<p class="MsoNormal"><strong style="font-weight: bold;">Lei è stato definito un «sionista liberale». Si riconosce in questa definizione?<br />
<span style="font-weight: normal; ">Il sionismo è stato travisato da molti, perciò lo difendo: non è un’ideologia brutale, la maggioranza degli ebrei voleva e vuole vivere in pace con i palestinesi. Io, che non sono sionista, resto sempre dell’idea che la coesistenza dei due stati sia l’unica soluzione possibile.</span></strong></p>
<p class="MsoNormal"><strong style="font-weight: bold;">Crede che Ahmadinejad sia capace di un nuovo Olocausto?<br />
<span style="font-weight: normal; ">Difficile dirlo. Rifiutando di riconoscere la Shoah, è lui il peggior criminale oggi. Lo chiuderei in una cella con Primo Levi per fargli cambiare idea. Certo è che l’aria in generale per gli ebrei è sempre più pesante, anche qui in Inghilterra. Decenni fa non avevamo paura dei musulmani, adesso sì: la propaganda anti israeliana è diventata giorno dopo giorno più feroce.</span></strong></p>
<p class="MsoNormal"><strong style="font-weight: bold;">Cosa voterà alle imminenti elezioni inglesi?<br />
<span style="font-weight: normal; ">Sicuramente non per i Labour. Mi disgusta che ora, per vincere le elezioni, si facciano vedere con vip e cantanti di ogni tipo, mentre la gente ha un estremo bisogno di educazione e cultura. Ma non posso votare neanche i conservatori, perché tradirei la militanza sindacale di mio padre. Il problema è che l’Inghilterra in questo momento è nel caos, la crisi economica si è portata via anche le idee.</span></strong></p>
<p class="MsoNormal"><strong style="font-weight: bold;">Perché considera la sicurezza nazionale inglese più importante dei diritti civili?<br />
<span style="font-weight: normal;">Si parla sempre del Regno Unito come uno stato di polizia controllato dalle telecamere di sicurezza, ma sono stupidaggini. I terroristi ci sono ed è giustissimo avere paura. In situazioni di emergenza come l’11/9 e affini è doveroso che lo stato ponga limiti alle libertà personali per rendere la nostra vita più sicura. Un uomo morto libero non è un uomo libero.</span></strong></p>
<p class="MsoNormal"><strong style="font-weight: bold;"><span style="font-weight: normal;">Intervista pubblicata su «il Riformista», 26 gennaio 2010</span></strong></p>
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoNormal">
<p><!--EndFragment--></p>
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		<title>Le smagliature di una vita da campione</title>
		<link>http://www.edizionicargo.it/le-smagliature-di-una-vita-da-campione/</link>
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		<pubDate>Tue, 26 Jan 2010 15:26:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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di Giuseppe Roncioni
La scrittura di Howard Jacobson è attraversata da un’intelligente, costante irriverenza, che trasforma le pagine dei suoi libri in attraenti tragitti narrativi nei quali il lettore si avventura con estremo piacere. Una forza che lo spingerà a saperne di più di Oliver Walzer, giovane inglese di famiglia ebrea, marchiato dal destino di doversi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!--StartFragment--></p>
<p class="MsoNormal"><img class="alignnone" src="http://www.edizionicargo.it/wp-content/uploads/2009/10/walzer72.jpg" alt="" width="199" height="300" /></p>
<p class="MsoNormal"><strong>di Giuseppe Roncioni</strong></p>
<p class="MsoNormal">La scrittura di Howard Jacobson è attraversata da un’intelligente, costante irriverenza, che trasforma le pagine dei suoi libri in attraenti tragitti narrativi nei quali il lettore si avventura con estremo piacere. Una forza che lo spingerà a saperne di più di Oliver Walzer, giovane inglese di famiglia ebrea, marchiato dal destino di doversi distinguere dagli altri esseri umani perché dotato di uno spiccato talento. È da questa smania della sua famiglia di pretendere da lui l’eccellenza che prende il via la ricostruzione della sua vita. Più che di un classico romanzo di formazione, si tratta di un libro in cui il protagonista si ritrova a spiegare le ragioni profonde del lento affogare nel fallimento dei suoi sogni. Grazie ad una vena umoristica assai lucida, Oliver è sempre in grado di evidenziare le smagliature della sua vita, nelle quali inciampano le immediate risate dei lettori, che non riescono a trattenersi dalle situazioni talvolta paradossalmente comiche da lui vissute. Egli diventa casualmente una promessa del ping-pong, una disciplina che però vorrebbe praticare in maniera decisamente sghemba, utilizzando come racchetta un libro. E questa diversità diventa un’efficace corazza che gli permette di sopportare le stranezze della sua famiglia e di restare chiuso nel suo guscio. Ma il padre lo costringerà a buttarsi nella vita e a confrontarsi con gli altri, prendendosi, tra l’altro, la briga di costruirgli una racchetta, per veder brillare negli occhi del figlio la luce del successo. Ma Oliver, con il passar del tempo, scopre di non essere imbattibile come tutti credevano. E a infliggergli di tanto in tanto qualche sonora batosta è la vita stessa, sempre pronta a tradirlo con qualche colpo basso, tirando, alla fine, il collo alle sue aspirazioni. Da queste cocenti sconfitte nasce il velo di malinconia che smorza la risata al lettore, lasciando un retrogusto amaro che gli raschia la gola e i pensieri. Alla fine ci sarà una sorta di presa di coscienza da parte di Oliver, che arriverà a dire: «il mio talento non era straordinario. Non era nemmeno eccezionale. Era sempre stato semplicemente passabile». Ma Oliver si convincerà che, nonostante tutto, vale sempre la pena andare avanti, avendo ancora la forza di tenere a freno le delusioni e, dove possibile, consolare i tanti rimpianti.</p>
<p class="MsoNormal">Giuseppe Roncioni, «Pulp», febbraio 2010</p>
<p><!--EndFragment--></p>
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		<title>Un sarto del romanzo</title>
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		<pubDate>Tue, 26 Jan 2010 15:23:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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di Alex Pietrogiacomi
Howard Jacobson è un sarto del romanzo. Cuce, taglia, allestisce, disfa e confeziona i suoi libri in maniera superba, su misura. Un ago fatto di ogni singola frase, una forbice caustica e irriverente e del filo che intrappola il tessuto narrativo tra le mani del lettore. Dopo il successo di Kalooki Nights torna [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!--StartFragment--></p>
<p class="MsoNormal"><img class="alignnone" src="http://www.edizionicargo.it/wp-content/uploads/2009/10/walzer72.jpg" alt="" width="199" height="300" /></p>
<p class="MsoNormal"><strong>di Alex Pietrogiacomi</strong></p>
<p class="MsoNormal">Howard Jacobson è un sarto del romanzo. Cuce, taglia, allestisce, disfa e confeziona i suoi libri in maniera superba, su misura. Un ago fatto di ogni singola frase, una forbice caustica e irriverente e del filo che intrappola il tessuto narrativo tra le mani del lettore. Dopo il successo di <em>Kalooki Nights </em><span>torna con </span><em>L’imbattibile Walzer</em><span> in cui il romanzo di formazione si incontra con la comicità e l’assurdità delle situazioni in cui incappa il giovane Oliver nella Manchester degli anni Cinquanta. I Walzer sono spaccati in due, o meglio, Oliver ha due schieramenti opposti che compongono la sua esistenza, quello paterno e quello materno. Il primo è assolutamente sopra le righe, fuori da qualsiasi contesto legato alla loro religione («noi Walzer eravamo essenzialmente diversi da gran parte delle altre famiglie che erano riuscite a cavarsi da qualche palude stagnante fuori Proskurov la generazione prima. Un tempo eravamo osservanti, ma adesso eravamo pronti a dimenticarcene, era questa la nostra posizione in merito. […] Basta con boccoli e frange. Basta con la stregoneria medievale. Però il settimo giorno era il settimo giorno») e alla “monogamia” («Noi Walzer abbiamo sempre avuto il pallino del principio di piacere. Piacere, piacere. Mai per noi, però»). Insomma avventurieri e seduttori. La parte materna invece più castigata, refrattaria al contatto, fatta di donne apprensive («Nella famiglia di mia madre avevano paura di tutto. Una passeggiatina nel parco, il cinguettio di un uccello, l’avvicinarsi di un estraneo. Bastava che in una sera d’estate una falena entrasse dalla finestra aperta e sbattesse le ali contro il paralume: di colpo la loro esistenza gli sembrava sospesa a un filo») e iperprotettive. Tra queste due fazioni rimbalza il giovane Oliver, chiaramente schierato dalla parte mascolina e avventurosa, che un giorno trova una pallina da competizione, prende il libro </span><em>Jekyll and Hyde</em><span> e inizia a farla sbattere contro un muro. Il resto è la gloria del ping pong. Forse.</span></p>
<p class="MsoNormal">Alex Pietrogiacomi, «Il Mucchio Selvaggio», gennaio 2010</p>
<p><!--EndFragment--></p>
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