Hugh Nissenson, upper-class archetipica

di Stefano Gallerani

Il titolo italiano dell’ultimo romanzo di Hugh Nissenson, Rallegrati di queste cose al crepuscolo (traduzione di Natalia Stabilini, Cargo, pp. 239, € 17,50), rende, forse, eccessivamente impoetico e solenne l’originale The Days of Awe, dove «Awe» sta per timore reverenziale, a designare quel periodo che nel calendario ebraico è costituito dai dieci giorni compresi tra Rosh Hashanah, ovvero il capodanno ebraico, e Yom Kippur, e cioè il giorno in cui vengono giudicate le azioni compiute nell’anno appena concluso. In uno con queste sommarie indicazioni, la didascalia italiana aiuta, ciò nondimeno, a muovere i primi passi nel romanzo: perché la dimensione crepuscolare risulta cruciale; e per l’effetto che la luce decidua del tramonto produce su uno scenario – quello dell’upper-class newyorkese, intellettuale e benestante – ormai archetipico. In specie, al centro della scena si stagliano le figure di Artie Rubin, autore di saghe mitologiche illustrate, e sua moglie Johanna, agente di borsa come la figlia Leslie, da poco sposata con l’immobiliarista wasp Chris Pendleton. A contorno, figure riuscite forse più delle principali, come Sutton Pendleton, fanatico cristiano perseguitato dall’alcolismo, e l’ineffabile quanto enigmatico rabbino Klugman, entrambi poli di un conflitto religioso che mostra tutti i suoi limiti all’indomani dell’attentato dell’11 settembre alle Torri gemelle del Word Trade Center. Tuttavia, il crollo resta sullo sfondo, quasi non fosse che l’eco di una voce lontana di cui si fatica a cogliere il senso. Introdotto da tre versi della poesia Progresso?, di Wystan Hugh Auden («Loquace, ansioso, / l’Uomo può descrivere l’Assente / e il Non Esistente»), il romanzo di Nissenson (classe 1933, come Philip Roth) procede lungo un unico e impersonale blocco narrativo appena intaccato dagli inserti diaristici di Artie, ma qua e là intrusioni in prima persona spezzano il racconto, gli danno nerbo portando allo scoperto i grovigli interiori dei molti protagonisti; che conducono tutti, poi, allo stesso inestricabile nodo: laddove la ragione si incaglia, davanti ai misteri della nascita e della morte, nella fede. L’abilità dello scrittore americano, sta però, proprio nel far girare il volano dell’esistenza a vuoto. Il che non vuol dire che Nissenson, come il narratore classico della convenzione moderna, non prenda partito. La sua posizione sembra, piuttosto, quella di un disincantato razionalista le cui analisi nulla possono contro «il disordine compulsivo ossessivo» del «pensiero magico»: qualcosa che non può essere ridotto – e sicuramente non redento – dalla schematica diagnosi che la psicologa cognitivista Diana fa ad Artie: «I rituali religiosi le danno un senso di potere e riducono temporaneamente l’ansia. Ma poi l’ansia monta di nuovo, e genera il bisogno di un rituale che la riduca. Quando cede, si sente meglio per un po’, ma poi si presenta una nuova richiesta». Un eccesso di realtà proprio per questo privo di verità.

Stefano Gallerani, «ALIAS», 26 settembre 2009

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