Il capolavoro postumo di uno dei maggiori scrittori israeliani del nostro tempo.

Meir, di professione ingegnere, vive a Tel Aviv. A un abituale controllo medico gli viene diagnosticata una semplice ipertensione. Niente di grave, ma questa banale malattia segna un drastico cambiamento nella sua vita: Meir si sente di colpo tradito dal suo corpo, ha l’impressione che la vita gli abbia fatto un torto.
Sopraffatto dall’improvvisa consapevolezza dello scorrere del tempo, del passare degli anni e dell’ineluttabilità della morte, Meir inizia la sua lotta interiore per venire a patti con la sua condizione di uomo e di creatura mortale. E nel suo tentativo di ribellarsi all’idea di tale inesorabile decadenza, oscilla tra un senso paralizzante di paura del futuro e il desiderio scatenato quanto velleitario di non lasciarsi sfuggire più nulla, a cominciare da nuove esperienze sensuali ed erotiche.
Inseguito dalla sua irrequietezza, lascia Israele per l’Europa, prima Amsterdam e poi Londra. Ma questa ricerca di liberazione non si rivela tale e il senso di estraneità lo spinge a fare ritorno a casa. Neanche qui, però, i suoi tormenti gli daranno tregua.
In fine è la cronaca di questo vagare sbandato tra Israele e l’Europa, tra visioni d’infanzia e profezie senza futuro, ma è anche un’impietosa beffa delle umane debolezze e velleità.

Yaakov Shabtai
In fine

Traduzione di Elena Loewenthal
Biblioteca di Cargo
320 pp.
20,00 euro
978-88-6005-031-1


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Yaakov Shabtai è un grande maestro della descrizione “molecolare”. La sua attenzione ai minimi particolari della vita di ogni giorno è proustiana o joyciana. Nello stesso tempo Shabtai è il grande narratore del divario tra i sogni d’Israele e le realtà d’Israele. Non dimenticherete mai questo libro.
Amos Oz

Un romanzo avvincente in cui Shabtai, autore di enorme talento, scandaglia con grande acume il mistero del significato della vita, servendosi del suo caratteristico, creativo flusso di coscienza.
«Publishers Weekly»

Shabtai si muove sinuosamente entrando e uscendo da differenti epoche e differenti livelli di coscienza e, come Proust, rievoca immagini e oggetti della nostra esistenza, che si sgretolano sotto il tocco corrosivo del tempo.
«The New York Times»