Jacobson | interviste

Kalooki Nights, il nono romanzo di Jacobson, come tutti i precedenti, riesce a essere complesso e divertente. In più, è una profonda riflessione sul senso di appartenenza. Come afferma l’autore: «Si rivolge (oltre a esserne il prodotto) ai turbolenti tempi in cui viviamo». Ne eri consapevole mentre lo scrivevi?
Certo, senza dubbio. Una delle domande che mi ponevo di continuo era se oggi la gente parla degli ebrei in modo diverso da prima. Quando finii il mio ultimo libro, pensai: non ne scriverò un altro sugli ebrei. Si sa già tutto degli ebrei. La gente è un po’ stanca di sentirne parlare. Persino noi lo siamo. E poi, un giorno, mi sveglio e mi dico: perché no? Conosco bene quel mondo, e mi piace. In questo senso, è il libro più ebreo di tutti quelli che ho scritto. Ebreo, ebreo, ebreo… questa parola compare in ogni frase. Pensa, persino io mi sono sposato con delle donne non ebree. Non che questo mi dia fastidio. Io me la prendo soprattutto con quegli ebrei che hanno paura, con i pusillanimi, quelli che si nascondono. Questo libro è pieno di rabbia verso quel tipo di ebrei. Ero davvero infuriato quando l’ho scritto.
Pensi che la gente parli degli ebrei in modo diverso da prima? Che l’antisemitismo sia in aumento?
La tomba di mia nonna a Manchester è stata profanata. Lì per lì, la cosa mi ha addolorato molto, ma si trattava solo di fanatici. Temo molto di più gli intellettuali di sinistra che parlano di Israele. Non dico che viviamo nella repubblica di Weimar, ma dobbiamo stare in guardia. I docenti universitari che boicottano Israele mi fanno ribollire il sangue. E in giro c’è anche chi nega l’Olocausto. Ne ho pure conosciuto qualcuno.

Da un’intervista di Rachel Cooke per «The Observer»
 Traduzione di Massimo Paravizzini

Cos’è che ti fa sentire ebreo?
Non sono ebreo nel senso convenzionale del termine. Non frequento lo shul. Però so di avere una mente da ebreo e un’intelligenza da ebreo. Mi sento legato alle menti ebree del passato, a tutti coloro che mi hanno preceduto. Non so in che genere di guai ti cacci, il fatto di avere una mente così cavillosa. Un ebreo è plasmato da cinquemila anni di esperienza. È quest’esperienza che dà forma al suo senso dell’umorismo, che ne modella la litigiosità e la tenacia.
Può un modo di scrivere essere definito “ebreo”?
Naturalmente non lo si può dimostrare in maniera inoppugnabile. Comunque, non devi per forza ambientare la tua storia in uno shtetl. Riguarda più una qualità particolare di intelligenza. Ho in mente sia gli scrittori che le scrittrici ebree. Voci forti, polemiche. Hai l’impressione di ascoltare delle polemiche morali che in qualche modo ti ricordano quelle pedanti del Talmud. Gli ebrei amano il significato del linguaggio. Cercano chiarezza, tentano di formulare una legge, di tracciare una distinzione tra le leggi, di capire in che modo una cosa è diversa da un’altra. Per un ebreo, il linguaggio è sempre al servizio dell’intelligenza.
Ti sarai fatto anche qualche idea sul modo in cui gli ebrei usano la comicità…
In parte ha a che fare con la notevole qualità dell’ingegno ebraico, capace di capovolgere una battuta fino a rivolgerla contro l’autore. Gli scrittori ebrei sono sadici verso tutti i loro lettori, non solo verso quelli ebrei. È una strategia masochista. Il masochista accetta qualunque critica gli venga rivolta. Non solo l’accetta, ma ci arriva per primo. Fai una battuta contro te stesso, e così facendo raggiungi una forma superiore di intelligenza morale. Ci prendiamo in giro da soli, più di quanto non facciano gli altri. E nel farlo, anche se può sembrare che restiamo indietro, in realtà stiamo vincendo. Il masochista diventa un sadico, o così almeno dicono, perché si dimostra più bravo, più veloce, e la battuta finisce per rivoltarsi contro l’ascoltatore. Ecco la mia idea di umorismo ebraico.
Questo è l’unico campo in cui è lecito dire: «Solo un ebreo può farlo». Ma non tutti gli ebrei sono in grado di raccontare una storiella divertente. Bisogna avere tenacia, pazienza, crudeltà, intelligenza, senso del tempo. Un gentile può avere solo una di queste qualità.
E il romanzo ebraico?
Quando pensi al romanzo ebraico, pensi a una voce patriarcale, la voce che pretende, la voce che ti spinge alle corde, che ti intrappola. Le scrittrici ebree non hanno mai aspirato a scrivere questo tipo di romanzi. Doctorow, Delmore Schwhartz. Vivaci, persino osceni. Come un club di maschi. Alle donne non piace costruire monologhi giganteschi. Una donna lotta piuttosto contro il legislatore che le impedirebbe di muoversi, che la costringerebbe, che la confinerebbe.
Cosa si prova a essere uno scrittore ebreo in Inghilterra?
Pensi davvero che stai lottando per avere un tuo spazio. Mi sento come se avessi sempre fretta, come se dovessi cercare di arrivare davanti a una lunga coda. Se non sgomito, non ci arrivo. Credo che gli scrittori ebrei americani si sentano più rilassati, che se la prendano più comoda. Non è che, in quanto scrittore ebreo, io soffra. Perché c’è chi mi legge. Però credo che a volte non mi capiscano. Dapprincipio l’umorismo li diverte, ma poi li preoccupa. E se il libro fa ridere a crepapelle, pensano che non sia serio come invece dovrebbe essere. Ma io credo che un ebreo sappia che essere molto divertenti significa anche essere molto seri. È parte del mio compito, ed è qualcosa che mi sento in dovere di propagandare.
[…] L’ebraicità non è al centro della cultura inglese. Questa è una di quelle cose che gli ebrei colti che vivono in Inghilterra sentono chiaramente ogniqualvolta scrivono o producono una commedia o fanno della musica. Non è che ci manchino di rispetto o non ci prendano in considerazione, però… vedi, il fatto è che la cultura americana è già di per sé ebrea. È vostra, è nostra. Gli ebrei americani hanno alterato l’aspetto della lingua stessa. Così, quando un ebreo scrive in America, sta già scrivendo qualcosa di ebraico. Qui in Inghilterra, invece, stiamo ancora cercando di guadagnarci un nostro spazio.
Ti consideri uno scrittore comico?
Per quanto possa voler dire qualcosa, mi reputo uno scrittore serio. Però la comicità riveste un ruolo molto importante nel mio lavoro. A volte dico che mi considero come una Jane Austen ebrea.
Chi sono i tuoi eroi, in letteratura?
Adoro l’umorismo di Dickens, di Thackeray e della Austen. Gli scrittori ebrei americani radicati nella tradizione europea, Dostoevskij, Kafka, Babel. Mi piacciono gli scrittori inglesi dell’Ottocento, però quelli in cui si sentono tracce del diciottesimo secolo. Sono un grande ammiratore della prosa del Settecento. Mi piace la sua sonorità, e la sentenziosità. Mi piace la stentorea serietà etica condotta attraverso l’ingegno e la satira. Vorrei tanto che oggi fosse ancora possibile scrivere come Dickens e tuttavia riuscire a rimanere uno scrittore popolare. Ma quel periodo è finito. In parte, per colpa degli scrittori seri, che si vedono in un ruolo diverso, e in parte per colpa dei lettori, perché non hanno più orecchio. A volte mi chiedo come mai non ho lettori in America; forse la ragione è proprio questa.

Da un’intervista di Elizabeth Manus
Traduzione di Massimo Paravizzini

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