Kalooki Nights

Howard Jacobson
Traduzione di Milena Zemira Ciccimarra

Disegnavo perché il mondo mi amasse, e in seguito rivolsi contro me stesso l’ironia dei miei disegni, perché io non riuscivo ad amarlo. Tuttavia c’è una spiegazione più semplice, quella per cui optava mia madre, che si sentiva in parte responsabile per la mia scelta, e pensava che avrei potuto avere una vita più felice e meno inquieta se fossi entrato in affari o avessi fatto l’avvocato (e a questo punto non posso che darle ragione). E cioè che sono nato in una casa rumorosa, dove non riuscivo mai a prendere la parola e a inserirmi nella conversazione. I miei genitori possedevano
entrambi una voce tonante, garanzia di buoni polmoni e quindi, si sarebbe detto, garanzia di lunga vita. Mia madre aveva una bella voce melata da contralto, che ho sempre pensato sprecasse per osservare ammirata quant’era bella mia sorella maggiore Shani, qualunque cosa indossasse, per poi subito dopo notare come sarebbe stata ancora più bella se solo avesse indossato qualcos’altro; o, peggio ancora, per urlare “kalooki!” assieme alle sue amiche ogni sera della settimana (feste escluse). Il kalooki, per chi non lo sapesse, è la variante del ramino prediletta dagli ebrei ­ ebrei, ebrei,
ebrei ­ in virtù del suo carattere intrinsecamente argomentativo (sebbene non tutti gli ebrei sarebbero d¹accordo). Il modo teatrale in cui mia madre urlava “kalooki!” nel momento in cui poggiava le carte a terra, per esempio, non si poteva incontestabilmente considerare un comportamento ortodosso. Ma come dedussi in seguito, il piacere stava proprio in quello: non tanto nel gioco in sé, quanto nel continuo battibecco sul perché e sul percome dovesse essere giocato. Alcune serate di kalooki erano considerate da tutti un enorme successo anche se non veniva giocata nemmeno una mano. Qualcuno diceva: «Un gioco rapido è il migliore dei giochi», e per mettersi d¹accordo su quanto veloce dovesse essere ci voleva tutta la serata. Mio padre preferiva restarne fuori, e consacrare la sua voce da baritono basso a una più elevata causa (purtroppo non sempre in un’altra stanza), predicando la religione della non-religione, una specie di giudaismo svuotato di tutto tranne che della sua tendenza alla disputa e della sua liberalità. Lo si potrebbe definire una sorta di universalismo secolare, nella sua visione, doveva rappresentare un giorno la salvezza degli ebrei, e che includeva di tutto un po’: socialismo, sindacalismo rivoluzionario, bundismo, associazionismo operaio, un’ideale fratellanza universale, ateismo, per non parlare della boxe. Solo che non si limitava a immaginarlo, ma ne discuteva a lungo e a gran voce con tutti quei comunisti, sindacalisti, atei e pugili che approfittavano della sua politica della porta aperta presentandosi a casa nostra in qualunque momento ne avessero voglia. Anche se, per come la vedo io, erano più interessati a guardare mia madre che saltava dalla sedia gridando “kalooki!” che a cambiare il mondo e il posto che gli ebrei vi occupavano. Se a questo coro di voci aggiungete il baccano che faceva mia sorella, sbattendo porte, disperandosi per i capelli e scagliando scarpe tutt¹attorno al letto ­ non andavano mai bene, non importa quante paia i miei gliene comprassero, non erano mai adatte ai vestiti che voleva indossare e nemmeno i vestiti erano mai quelli giusti, ­avrete una vaga idea della sferragliante fucina nella quale venne forgiato il mio riservato carattere.

Biblioteca di Cargo
576 pp.
20,00 euro
978-88-6005-017-5

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Leggi la rassegna stampa internazionale

Lara Crinò, «Il Venerdì», 29 agosto 2008

Lo chiamano il «Philip Roth inglese» o il «Woody Allen di Manchester». Paragoni che incuriosiscono ma non rendono giustizia al suo talento, un mix di umorismo british e ironia ebraica venata di inaspettate tenerezze.

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Stefano Manferlotti, «Il mattino», 28 agosto 2008

Di Howard Jacobson, scrittore, saggista, editorialista dell’«Independent» e conduttore televisivo nato nel 1942 a Manchester, in Italia si sa ancora poco.

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Alessandro Piperno, «Corriere della Sera», 12 settembre 2008

Ma non siete stanchi di parlarvi addosso? Per quanto tempo ancora ci ferirete i timpani con il vostro esibizionismo ebraico? Per voi non esiste argomento più interessante?

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3 Commenta questo artricolo

  1. emilia dice:

    Innanzitutto complimenti!!! ho scoperto Jacobson quando vivevo in Inghilterra e leggevo la sua rubrica sul The Independent, è un autore incredibile, un vero talento! sono felice che finalmente in Italia arrivino i suoi romanzi. Non vedo l’ora di leggere “Kalooki nights”…
    emilia

  2. Lucia Fischio dice:

    complimente per la vostra casa editrice… così giovane e già così interessante.
    leggerò sicuramente kalooki e magari vi farò sapere che ne penso :)
    coplimenti anche per questo sito… è bello poter lasciare commenti dopo o prima una lettura direttamente nel sito dell’editore. buon lavoro. lucy

  3. Monica dice:

    Ho avuto il piacere di ascoltare Mr.Jacobson a Torino dove poi, incuriosita, ho acquistato Kalooki Nights. E’ vero, è un libro venato di un umorismo molto particolare sicuramente dovuto alla commistione di tradizioni letterarie in cui il “non detto” o il “sottointeso” sono aspetti portanti della comunicazione.
    A parte questo però, devo dire di aver apprezzato maggiormente la densità del narrato che fa di questo libro, un testo ricco, carico di significati, di storia, di religione, di aspetti del sociale; sicuramente al di fuori e lontanissimo da quel panorama di pubblicazioni “usa e getta” che, seppur godibili, infestano un po’ troppo le librerie. Questa è sicuramente un’opera che vale la pena di acquistare perchè pur nella sua piacevolezza lascia al lettore un’eredità decisamente sostanziosa.

1 Trackbacks per questo articolo

  1. L’Olocausto di Bernie Krigstein | edizioni cargo dice:

    [...] “Kalooki Nights” di Howard Jacobson vengono citati spesso personaggi e autori di fumetti. Uno degli artisti sui [...]

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