
di Emanuela Audisio
«Non puoi giocare con i tuoi sentimenti e con il ping pong» dice alla fine Oliver Walzer. Lui con racchetta e pallina si è trovato bene, gli sono servite per uscire dal guscio, per frequentare la vita, la mondanità, il sesso. Perché per lui il mondo ha qualcosa che non va. La storia è quella di un dodicenne ebreo anni Cinquanta, che viene spinto dai genitori a uscire “fuori”, soprattutto dal bagno. Ci riesce con il ping pong, capisce subito che vincere è miracoloso, una metafora, per lui malato di timidezza.
L’inglese Jacobson ha una vena yiddish e l’inevitabile amarezza di chi non prende nulla troppo sul serio. Certo si dovrebbe ridere della sua famiglia: le battute ci sono ma senza la dolcezza di Radio Days. Anche perché, come ha scritto Safran Foer, «Jacobson ha fatto del ping pong quello che Roth ha fatto della masturbazione nel Lamento di Portnoy». Quello che conta non è il viaggio della pallina, ma la ricerca di un’identità. Oliver arriva a Cambridge, forse comincia a capire quello che vuole, ma non è così, e si lascerà sconfiggere. Gli resta però che un giorno è stato l’imbattibile Walzer.
Emanuela Audisio, «la Repubblica», 2 gennaio 2010



