Le smagliature di una vita da campione

di Giuseppe Roncioni

La scrittura di Howard Jacobson è attraversata da un’intelligente, costante irriverenza, che trasforma le pagine dei suoi libri in attraenti tragitti narrativi nei quali il lettore si avventura con estremo piacere. Una forza che lo spingerà a saperne di più di Oliver Walzer, giovane inglese di famiglia ebrea, marchiato dal destino di doversi distinguere dagli altri esseri umani perché dotato di uno spiccato talento. È da questa smania della sua famiglia di pretendere da lui l’eccellenza che prende il via la ricostruzione della sua vita. Più che di un classico romanzo di formazione, si tratta di un libro in cui il protagonista si ritrova a spiegare le ragioni profonde del lento affogare nel fallimento dei suoi sogni. Grazie ad una vena umoristica assai lucida, Oliver è sempre in grado di evidenziare le smagliature della sua vita, nelle quali inciampano le immediate risate dei lettori, che non riescono a trattenersi dalle situazioni talvolta paradossalmente comiche da lui vissute. Egli diventa casualmente una promessa del ping-pong, una disciplina che però vorrebbe praticare in maniera decisamente sghemba, utilizzando come racchetta un libro. E questa diversità diventa un’efficace corazza che gli permette di sopportare le stranezze della sua famiglia e di restare chiuso nel suo guscio. Ma il padre lo costringerà a buttarsi nella vita e a confrontarsi con gli altri, prendendosi, tra l’altro, la briga di costruirgli una racchetta, per veder brillare negli occhi del figlio la luce del successo. Ma Oliver, con il passar del tempo, scopre di non essere imbattibile come tutti credevano. E a infliggergli di tanto in tanto qualche sonora batosta è la vita stessa, sempre pronta a tradirlo con qualche colpo basso, tirando, alla fine, il collo alle sue aspirazioni. Da queste cocenti sconfitte nasce il velo di malinconia che smorza la risata al lettore, lasciando un retrogusto amaro che gli raschia la gola e i pensieri. Alla fine ci sarà una sorta di presa di coscienza da parte di Oliver, che arriverà a dire: «il mio talento non era straordinario. Non era nemmeno eccezionale. Era sempre stato semplicemente passabile». Ma Oliver si convincerà che, nonostante tutto, vale sempre la pena andare avanti, avendo ancora la forza di tenere a freno le delusioni e, dove possibile, consolare i tanti rimpianti.

Giuseppe Roncioni, «Pulp», febbraio 2010

Lascia un Commento