Nissenson, la risposta religiosa all’11 settembre

di Fulvio Panzeri

Questo ultimo romanzo riporta l’attenzione su uno dei grandi scrittori americani di oggi, molto più significativo del pluriosannato e criticamente sovradimensionato Philip Roth. Parliamo di Hugh Nissenson che Fernanda Pivano giudicava «uno dei più importanti scrittori ebrei d’America». Nato a New York nel 1933 da una modesta famiglia di immigrati polacchi, Nissenson ha insegnato in diverse università americane e collaborato con testate prestigiose quali «The New Yorker». «Harper’s», «New York Times». In Italia la sua opera è uscita in modo discontinuo, da vari editori, quali Rizzoli, Garzanti e Giuntina e andrebbe ripresa nella sua continuità, mostrando l’eclettismo del suo stile, mai convenzionale, anche nella scelta dei temi, tanto da spaziare dal romanzo di ricostruzione storica a quello in cui immagina un futuro prossimo. Ha raccontato la cronaca della vita in un kibbutz, intorno e fino alla guerra dei sei giorni del 1967. Le mie radici è ambientato nel 1912 nel Lower East Side, il quartiere ebraico di Manhattan, L’albero della vita nel 1812 ed ha per protagonista la frontiera americana, fino a Il Canto della Terra, ambientato nel 2057.
Tanto originale a livello stilistico, questo scrittore che si pone nella linea di Singer, di Saul Bellow e di Chaim Potok, è stato definito, proprio per le sue costruzioni romanzesche una sorta di Stanley Kubrik della letteratura, riferimento che troviamo assai pertinente anche in questo suo ultimo, straordinario romanzo che ne consacra l’altezza espressiva, pubblicato in prima edizione nel 2005, finalista del National Book Award e del Pen-Faulkner Award. È la prima volta che Nissenson affronta il tema della contemporaneità e lo fa con un romanzo che è intriso della natura biblica dell’Ecclesiaste, di una riflessione che emerge continuamente sul senso della morte, intesa come quel «crepuscolo» cui sono destinate le cose e gli uomini di cui parla il titolo. Ed è anche uno dei romanzi più intensi sulla tragedia dell’11 settembre 2001, soprattutto nell’ottica di un ritorno alla dimensione religiosa, come ha sentito quell’evento l’autore, tanto che lo stesso Nissenson ha detto: «Ciò che soprattutto mi interessava erano le implicazioni religiose di questa tragedia. Come influenza la fede dei diversi personaggi, cristiani ed ebrei. In un certo senso – anche se forse suona un po’ pretenzioso – sto scrivendo una “storia spirituale” di questo evento. Una delle cose affascinanti dell’11 settembre e della risposta americana è che c’è stata un’immediata risposta religiosa».
Protagonista del libro è un artista ebreo americano, Artie Rubin, un illustratore e scrittore laico, felicemente sposato che deve affrontare il tema della caducità, a partire dalle prime avvisaglie di cedimento delle proprie certezze, a causa della malattia della moglie. Una caducità sottolineata dall’attacco aereo dell’11 settembre, dove non troviamo coinvolti personaggi legati direttamente ai protagonisti, ma di cui Nissenson ci racconta i flash-back di una coscienza che deve fare i conti con «i segreti dei morti». È questo il tema di un romanzo condotto su vari piani, frammenti di una sorta di diario, il lavoro come illustratore che lo porta ad interrogarsi sui miti, il rapporto specialissimo con la moglie, l’interrogarsi sulle questioni religiose, in un tempo come quello della vecchiaia in cui la meditazione sulla vita, sul suo inizio (l’unica figlia di Artie aspetta un figlio) e sulla sua fine diventa stringenti e come la lotta contro la vecchiaia, la malattia e la morte possano trasformarsi in «un’affermazione della bellezza delle piccole cose della vita» e del loro continuamente rinnovarsi.

Fulvio Panzeri, «Avvenire», 10 ottobre 2009

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