
di Michele De Mieri
«Sono un uomo del passato. È sorprendente quanto a lungo si può continuare a essere un uomo del passato e riuscire egualmente a vivere». Oliver Walzer dice questo verso la fine dell’Imbattibile Walzer. Intanto Howard Jacobson ci ha tenuto compagnia, con voce decisa e accattivante, per tutto l’arco delle vicende di Oliver, a partire da quando, undicenne, la sua esistenza sembra aver trovato un senso il giorno in cui trova in un laghetto una pallina da ping-pong.
Dopo Kalooki Nights, uscito sempre da Cargo lo scorso anno, ecco di nuovo lo stupore del lettore di fronte ad un autore, non certo alle prime opere (67 anni e 8 romanzi all’attivo), inspiegabilmente ignorato in Italia fino allo scorso anno: forse l’idea che un grande scrittore ebraico non sia né americano né mitteleuropeo deve aver scoraggiato le case editrici italiane che solitamente si occupano di letteratura ebraica. L’imbattibile Walzer è stato pubblicato nel 1999 e ha vinto il Premio Woodehouse per il libro comico. Si ride, è vero, ma quasi sempre a denti stretti, spesso amaramente. E quel che conta, è che tutti i lettori di Bellow, Roth, Richler et alias, abbiano un altro romanziere ebraico che racconta con feroce ironia il loro stesso mondo, in versione inglese, Manchester per la precisione.
Chi è Oliver Walzer? È un misogino, un masochista, prima bambino timido, poi uomo sentimentale, romantico, che guarda il suo mondo ridursi a una manciata delle cianfrusaglie che hanno segnato la vita della sua famiglia, oggetti che riemergono da stanze, luoghi puniti dal tempo. Cresciuto in una rumorosa e numerosa famiglia di origine ucraina nella Manchester povera e piovosa degli anni Cinquanta, a contatto quasi solo con altre famiglie ebree, il giovane Oliver passa le giornate a colpire quella pallina con un volume Penguin Classic, Il dottor Jekyll e Mister Hyde, l’unico tra i libri presenti in casa scritto da un uomo.
Il piccolo Oliver ha un’altra sistematica occupazione: chiudersi in bagno per ore con una scatola di latta e creare collage erotici sovrapponendo il volto delle zie ai corpi ammiccanti di donne delle riviste soft. Visto dall’oggi della narrazione, quello è stato forse uno dei periodi più difficili ma felici della vita di Oliver perché «in un unico caso l’infanzia può considerarsi buona, cioè naturale, vale a dire quand’è scriteriata».
Il ping-pong è l’occasione per uscire dal guscio della timidezza e dal bagno, Oliver la prende al volo: trova amici e avversari, sale abbastanza in alto da poter poi cadere e farsi male, perché neppure quel gioco («immancabile punto di raccolta di tutti i nebbish e i nishtikeit, tutti i perdenti e le nullità») colma il baratro giovanile di un’identità in problematico divenire. Oliver preferisce perdere a ping-pong e nella vita, si lascia sconfiggere dalla ragazza che vorrebbe saper amare, ne sposa una che vorrebbe saper evitare, ha dei figli che diventano fanatici ultraortodossi.
L’imbattibile Walzer è la storia di un ritorno da un esilio, prima a Cambridge (pagine meravigliosamente ironiche sull’umanità che popola l’università) e poi a Venezia (dove fa la guida turistica). È un piccolo nostos, un ultimo giro fra i vecchi acciaccati amici in una Manchester che si sta scollando di dosso le vecchie strade e i quartieri degli ebrei polacchi ed ucraini. Un romanzo equamente scandito dal suono della pallina, in spola tra racchetta e tavolo, e da quello straordinariamente efficace delle centinaia di parole yiddish che riempiono il libro e fanno vivere il racconto. Commovente.
Michele De Mieri, «l’Unità», 15 novembre 2009



