
di Masolino D’Amico
Al nome di Philip Roth, che è impossibile non fare per Howard Jacobson, evocatore ironico e sconsolato di un microcosmo ebraico di lingua inglese, sarà altrettanto fatidico associare quello di Mordechai Richler, almeno per quel libro di costui sull’ossessione del narratore canadese per il biliardo.
Il talento del nostro protagonista Oliver Walzer, di cui sono molto diffusamente raccontate l’infanzia e l’adolescenza a Manchester negli anni Cinquanta, con una rapida coda che arriva ai giorni nostri, è infatti per un altro gioco sportivo di minoranza e da praticarsi al coperto, ossia il ping pong. L’ho chiamato gioco sportivo perché almeno all’epoca non era ancora considerato alla stregua di un vero sport; i successi del povero Oliver non sono mai menzionati nei bollettini della sua scuola, che quasi se ne vergogna; e benché gli valgano l’accettazione a Cambridge, dove il ping pong fa parte delle annuali gare contro Oxford, i due atenei concedono solo un mezzo “blue” a chi li rappresenta in tale specialità.
Per Oliver tuttavia il ping pong ha significato la salvezza, anche se con un carattere diverso avrebbe forse potuto ricavarne ancora di più; ma, ecco il tema sotterraneo del libro, questo avrebbe comportato nascere e crescere in un ambiente diverso, senza l’eredità «del Bug e del Dniestr» sulle spalle proprie e di tutti coloro con cui è in contatto.
Bambino introverso, deboluccio, timido, frustrato, soffocato da una famiglia piena di femmine e dominata da un padre poco affidabile dai mille mestieri improvvisati (guidatore di camion licenziato dietro denuncia della moglie, stanca delle sue sparizioni e delle sue avventure con tanto di furgone parcheggiato davanti alla casa delle amanti, quindi venditore ambulante di paccottiglia da lui costruita con l’aiuto della sua prole), Oliver comincia a giocare da solo a ping pong chiuso nel suo stanzino, battendo contro il muro una pallina con un romanzo di Stevenson al posto della racchetta; e diventa talmente bravo che quando il padre, violentando la sua ritrosia, lo iscrive a forza in un circolo, entra subito nella squadra che fa i tornei.
L’altra sua attività solitaria, quella che più lo apparenta al primo Philip Roth, è l’estrosa masturbazione che pratica per ore fantasticando sul contenuto di una certa cassetta dove conserva le foto delle sue zie, per l’occasione rese erotiche applicandone la testa su immagini ricavate dalle pubblicazioni moderatamente osé ottenibili dai giornalai di allora.
Il ping pong ha un grande spazio in questo libro, che è ricco di vivide descrizioni di particolari tecnici, valorosamente rese dalla spiritosa traduttrice (ma deuce, pag. 179, non vuol dire “vantaggi”!). Però non è fondamentale, né la storia è una success story; al ping pong Oliver si dedica, ma non vi si abbandona mai veramente, così come non si decide mai veramente a entrare nel mondo vero e proprio. Gustosissimo osservatore di episodi bizzarri e di disavventure non solo altrui, è destinato a non inserirsi; finirà insegnante di letteratura e vivrò all’estero, straniero anche lì.
Nel ping pong dopotutto, come l’Oliver odierno riconosce non senza malinconia quando si consente una rivisitazione nostalgica alla pratica che ha abbandonato da decenni, non solo non colse quei successi che avrebbe potuto ottenere, ma non ebbe nemmeno la stoffa del fuoriclasse; sarebbe potuto diventare al massimo un buon professionista medio.
In ogni caso, qualcosa nei momenti decisivi lo spinse sempre a tirarsi indietro, a rinunciare alla vittoria. La stessa inconfessata paura (di che? Delle responsabilità?) che lo spingeva a far vincere sempre, nei loro incontri, la bellissima giocatrice di cui era innamorato, lo portò addirittura a respingerla l’unica volta che se la trovò tra le braccia. Sposò poi invece una ragazza ebrea brutta e promiscua, ne ebbe due figli e poi lasciò lei e loro senza rimpianti.
Masolino D’Amico, «Tuttolibri», 19 dicembre 2009



