In “Kalooki Nights” di Howard Jacobson vengono citati spesso personaggi e autori di fumetti. Uno degli artisti sui quali il protagonista del romanzo, Max Glickman, torna in più di un’occasione è il grande fumettista ebreo americano Bernard “Bernie” Krigstein. In un capitolo del romanzo, Max descrive una tavola di un celebre racconto a fumetti di Krigstein, “Master Race”, coraggioso tentativo di rappresentare per la prima volta gli orrori dell’Olocausto in un fumetto popolare. Pubblichiamo qui di seguito l’estratto di quel capitolo insieme alla splendida tavola di “Master Race”.
In uno dei suoi tanti viaggi in America, Rodney Silverman si era imbattuto in una rivista a fumetti intitolata «Impact», contenente una storia illustrata che credeva potesse interessarmi. Master Race, scritta da Al Feldstein con disegni di Bernard Krigstein. Questi ebrei! Feldstein e Krigstein! Dove saremmo noi se non ci fossero stati questi ebrei? Questo non lo disse Rodney Silverman, ma io. Quel che disse Rodney Silverman fu che lui credeva che Master Race fosse niente male, e che anche io l’avrei pensata così… Ancora sentite condoglianze e i miei più cari saluti, Rodney. Aveva ragione. Anche a me sembrò niente male. Presumo che oggi lo definiremmo un noir. Mostrava un tratto futuristico e un montaggio freddo e filmico delle tavole, caratterizzate da una prospettiva e una moralità che davano le vertigini, con i cattivi che precipitavano dall’alto delle loro malefatte in una serie di incontrovertibili fotogrammi, mentre i buoni apparivano quasi statici nella loro gelida vendicatività, destinata a non essere mai soddisfatta, esistenzialmente inconsolabili. La storia – anche se la trama ricopre un ruolo secondario rispetto alle illustrazioni – narra di Carl Reissman, comandante di un campo della morte nazista, che è riuscito in qualche modo a scappare prima dell’arrivo dei russi, confondendosi «tra le fiumane di rifugiati che intasavano le strade principali e secondarie di fronte all’avanzata delle truppe alleate». Tra i sopravvissuti c’è anche una delle vittime di Reissman. In un flashback lo si vede giurare: «Ti troverò Reissman. Ti troverò, dovesse essere L’ULTIMA COSA CHE FACCIO!». E sarà proprio questo sopravvissuto senza nome, un giorno, a scorgere Reissman all’improvviso mentre viaggia sulla metropolitana di New York. I due uomini, carnefice e vittima, si riconoscono. Il sopravvissuto spinge l’ex nazista giù dal treno, su una banchina dove non c’è anima viva. Si ritrovano faccia a faccia, esattamente come ciascuno dei due aveva senza dubbio immaginato un migliaio di volte che sarebbe accaduto. Nella fretta della fuga, Reissman viene ripreso al rallentatore mentre cade, simile a Lucifero cacciato dal paradiso – o è lui stesso a cacciarsi? –, sotto un treno che giunge in stazione. Cappotto e cappello nero, il volto cadaverico e privo di espressione, il sopravvissuto rimane a guardare mentre passa la furia del treno, ogni viso a ogni finestrino assente e spietato come il suo. «Che è successo?» chiede una folla di gente sbucata dal nulla che si raduna sulla banchina. «L’aveva mai visto prima?». «No» risponde il sopravvissuto, volgendo altrove il capo che, avvolto com’è dalle ombre, sembra quasi rasato. Poi, in una tavola stretta e lunga, di una tristezza inconsolabile – il cappotto del sopravvissuto più nero delle tenebre della metropolitana, la schiena oramai completamente visibile – pronuncia la sua ultima battuta, che sembra rivolta a nessuno in particolare: «Era un perfetto estraneo».



