Risate e malinconia

di Luigi Sampietro

Ho letto per prime le ultime cento pagine. Parte dei fogli non spillati del libro in bozze m’è caduta dietro un mobile e, in attesa che qualcuno mi aiutasse a spostarlo, ho seguito le vicende del protagonista, Oliver Walzer, un campione di ping pong in erba, che avevo lasciato al secondo capitolo insieme al padre, conduttore di autobus nella città di Manchester, dal momento in cui arriva a Cambridge fino alla fine. Ma è forse meglio che sia andata così. Perché è a Cambridge, attraverso la descrizione della incredibile fauna di studenti e professori, che la storia acquista prospettiva. E non mi riferisco ai fatti, cioè alla trama, bensì al tono del racconto.
Forte di un solido buonsenso, che è frutto dell’esperienza acquisita in famiglia e sulle strade del “profondo Nord” dell’Inghilterra dove Oliver ha spesso accompagnato il padre, diventato nel frattempo un venditore ambulante – ma questo l’ho ovviamente saputo “dopo”, quando ho letto la prima parte –, il protagonista di L’imbattibile Walzer di Howard Jacobson, in uscita questa settimana da Cargo, ci mostra come anche un’università famosa e importante possa essere in realtà una gabbia di matti. I personaggi sono vere e proprie caricature e il tono, pungente e distaccato, è quello della satira. Genere nel quale Jacobson eccelle (tanto che questo suo libro ha vinto a suo tempo il Wodehouse Prize) ma che non ama – e lo so perché ne abbiamo parlato a Torino, lo scorso mese di maggio, alla Fiera del libro – in quanto preferisce esercitare il mestiere dell’umorista. Dello scrittore che fa sorridere e pensare, piuttosto che quello del divo da risata.
Ecco: i due capitoli su Cambridge forniscono la chiave di lettura del libro. Risate a crepapelle, ma nella sola parte di un romanzo di formazione in cui chi racconta la storia non prende in giro anche sé stesso. Prima e dopo quel lungo episodio, abbiamo a che fare con fatti e personaggi che possono persino apparire grotteschi, ma non si ride mai di tutto cuore. Si ride, cioè, con gli occhi senza scoprire i denti. Una certa malinconia per la goffaggine, il cattivo gusto e, in ultima analisi, la stupidità che regna nella famiglia e nel quartiere di Manchester in cui Oliver cresce, fa velo all’intera storia.
Jacobson ancora una volta dopo lo splendido Kalooki Nights, pubblicato sempre da Cargo e sempre nella traduzione di Milena Zemira Ciccimarra, non vuole prendere nulla troppo sul serio, ma, da scrittore ebreo che più ebreo non si può (è frequentissimo l’uso di parole yiddish), si porta dietro – e dentro –, e non sempre solamente in forma di allusione o di sottinteso, il fardello della storia. Il dramma dell’identità. Che in questo romanzo è il gusto perverso del giovane Walzer di cercare la sconfitta pur essendo perfettamente attrezzato per la vittoria; di sposare una donna incredibilmente sbagliata (e coperta di peli) per non aver saputo dare un seguito all’attrazione per una coetanea che gli dava le vertigini tanto era vivace e intelligente; di non amare i propri figli «perché non aveva mai amato da bambino il bambino che c’era in lui»; e, da ultimo, di finire a Venezia con un ombrello chiuso sopra la testa a fare la guida turistica. Ma a tutto questo fa seguito un fatale ritorno a Manchester. Per i funerali, uno dopo l’altro, dei famigliari che se ne vanno e per ritrovare la racchetta da ping pong con la quale era sempre stato un mostro. Un “natural”, come si dice in inglese.

Luigi Sampietro, «Il Sole 24 Ore», 25 ottobre 2009

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  1. L’imbattibile Walzer | edizioni cargo dice:

    [...] Luigi Sampietro, «Il Sole 24 Ore», 25 ottobre 2009 Risate a crepapelle… [...]

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