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Steso sul mio lettino in spiaggia, mi godo la più appagante esperienza di lettura che si possa immaginare

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di Howard Jacobson

Ho scoperto un nuovo piacere: starmene disteso in spiaggia a leggere scrittori che descrivono com’è starsene distesi in spiaggia. Leggere in spiaggia è piuttosto scomodo se non hai un corpo sufficientemente flessuoso da consentirti di trovare il giusto grado di rotazione delle spalle per girare le pagine, o il giusto grado di inclinazione della testa necessario a vedere le parole, e se non possiedi l’abilità fisica o astronomica di far arrivare la luce del sole sulle pagine del libro ma non in faccia. Tuttavia in questi casi leggere di qualcuno che non se la cava meglio di te è una vera gioia.
Leggere non è mai tanto soddisfacente come quando ti senti in sintonia con uno scrittore sofferente. Perciò agonizzare disteso sulla spiaggia, leggendo un libro che, meglio di qualunque altro, riesce a evocare le indicibili sofferenze di star distesi in spiaggia, è l’esperienza di lettura più appagante che si possa immaginare.
Se sono riuscito a superare la vacanza dalla quale sono appena rientrato, o quanto meno le ore trascorse in spiaggia, lo devo anche a Simon Gray. Avevo tenuto in serbo The Last Cigarette (L’ultima sigaretta), il terzo volume dei suoi Smoking Diaries (Diari di un fumatore), proprio per questo viaggio, sapendo che la sua magistrale dispepsia comica avrebbe rappresentato il tonico perfetto contro il calore. Tuttavia non mi ero reso conto che anche il protagionista in una parte del libro sarebbe stato in vacanza, di modo che avrei potuto rimanere comodamente disteso e lasciare, per così dire, che fosse lui a scagliare tuoni e fulmini per entrambi.
«Senti questa» dico a mia moglie, che è stesa accanto a me. Sebbene soffra di mal di schiena, e sebbene, proprio come me, non nutra questo gran desiderio di prendere il sole per il quale abbiamo appena sborsato migliaia di sterline, riesce comunque a trovare un modo aggraziato di raggomitolarsi su se stessa e leggere.
Naturalmente, le donne hanno un fisico più elastico degli uomini. Deve avere qualcosa a che fare con il parto. Quando arriva il momento, devono essere in grado di assumere posizioni impensabili per un uomo. Non che siamo venuti qui per avere un bambino. Siamo qui per evitare il sole. E leggere. E a volte ci piace leggerci dei passi ad alta voce.
«Senti questa» dico, interrompendo lei e Philip Roth. Devo confessarlo, non sono proprio contento che se ne stia lì distesa con il suo Philip Roth. L’unica consolazione è che lui non trova più la vita tanto divertente, così almeno non devo sentirla ridere. Non è esattamente una regola, più che altro una sorta di tacito accordo: preferisco che mia moglie non rida quando legge la prosa di un altro uomo – si sa, in una donna una risata denota sempre un apprezzamento erotico –, soprattutto se si trova in posizione prona o semiprona.
Per qualche ragione, però, facciamo un’eccezione con Simon Gray. Non perché non lo consideri una minaccia – per carità, anzi, lo è – ma perché non è uno scrittore rovina-matrimoni, come invece Roth in definitiva è. L’unica spiegazione che posso dare è che Simon Gray ha la capacità di non suscitare le ire di nessuno dei due sessi contro l’altro. Forse a volte, nei suoi testi teatrali, quelli dei primi tempi, può anche averlo fatto, ma sicuramente non nei diari.
Il passaggio che voglio leggere a mia moglie – che, per inciso, ha già letto The Last Cigarette, ma comunque non le dispiace ascoltare di nuovo – è quello in cui l’autore dei diari sta steso sopra un lettino di plastica su una spiaggia di cemento in Grecia, circondato da corpi per i quali non prova nessuna attrazione («quelle piccole striscioline di stoffa che hanno in mezzo alle gambe»), costretto a subire voci che trova insopportabili («voci sulle quali si potrebbe tranquillamente grattugiare il formaggio»), con una sigaretta ficcata in bocca, e «il sole che cola dall’alto filtrando attraverso il cappello di paglia come un’emicrania liquida».
Un’emicrania liquida: un’immagine stupenda, in parte perché rappresenta benissimo quel processo di liquefazione che è praticamente costante – il sole continua a penetrare, il cappello continua a fornire una protezione tutt’altro che adeguata, la testa continua ad arroventarsi, fino a raggiungere il punto di fusione. Così vai avanti a leggere e rileggere la stessa frase, mentre il dolore cresce sempre di più ogni volta che ricominci daccapo.
Tanto che, quando mia moglie mi chiede come mai negli ultimi quindici minuti non l’ho interrotta nemmeno una volta per leggerle un’altra frase o un altro paragrafo, sono costretto a confessarle che sono rimasto all’emicrania liquida, che adesso sta iniziando a riversarsi come oro fuso fuori dal mio cranio.
Oltre che di Simon Gray, un po’ è colpa anche del vero sole. Mentre io me la ridevo tanto, si è insinuato di soppiatto sotto l’ombrellone, ma non riesco a determinare da che parte arriva. Sulle braccia e sul petto ci sono qua e là chiazze di luce intensa, dalle strane forme di diamanti, causate in parte da squarci nella stoffa dell’ombrellone. Potrei alzarmi per cercare un modo di richiuderli, e nel contempo verificare dove si trova il sole, ma lì fuori la temperatura è talmente elevata che se lascio l’ombra per più di una decina di secondi, mi viene senz’altro un melanoma.
E poi, bisogna considerare anche la difficoltà di alzarsi da un lettino prendisole alla mia età. Su cosa fare leva? Se mi spingo troppo forte sul lettino, rischio di farlo sprofondare nella sabbia; se invece mi aggrappo all’asta dell’ombrellone, con il mio peso lo rovescio di sicuro – così, considerato il tempo necessario a rimetterlo in piedi, fa un melanoma a testa, uno per me e uno per mia moglie; quindi non mi resta che la spalla di mia moglie, e non credo che lei apprezzerebbe considerato il suo mal di schiena, e dato il profondo interesse e l’assoluta concentrazione su Exit Ghost (Il fantasma esce di scena) di Philip Roth, che a quanto pare è giunto a un momento critico, ammesso che ci sia qualcosa nell’ultimo Philip Roth che non sia in crisi.
Ed è tempo di crisi anche per Simon Gray. I suoi migliori amici morti o moribondi, il suo amato tabacco che non se la passa molto meglio, il corpo recalcitrante e goffo, che fa sempre più fatica a muoversi… perciò, mentre cerco di schermarmi dai triangoli di luce assassina, prima con quel che è rimasto di un sandwich che stavo mangiando, poi con The Last Cigarette (una manovra che mi richiede di reggere il libro in equilibrio sulle caviglie, e dunque di piegarmi il doppio per arrivare a vedere le parole), i miei sentimenti di solidarietà si fanno sempre più intensi. «Non è esattamente serenità, si tratta più di una sorta di inerzia dello spirito» scrive Gray, descrivendo quello «stato d’animo sospeso, quando sai che ci sono parecchie cose di cui preoccuparsi, ma non riesci a ricordare di cosa si tratti». Non possiamo aspettarci altro che questo ormai: una piacevole inerzia dello spirito, il che è di per sé una grande idea, perché l’espressione stessa rivela la sua impossibilità, o quanto meno la sua transitorietà.
Eppure no, qualcosa di più piacevole c’è in questo nuovo volume dei diari di Gray. Non una diluizione della rabbia, né una minimizzazione della disperazione, e certamente nessuna falsa consolazione. Ma una gran profusione di calore, specialmente nelle descrizioni dei suoi amici Alan Bates, Ian MacKillop, Harold Pinter. Ritratti senza dubbio sagaci, ma infinitamente commoventi anche, nella loro esplicita ammissione di affetto. Bisogna avere una certa età per scrivere così. Non si tratta solo dell’arguzia, ma di quella delicatezza che solo con il tempo si acquista e di cui un giovane non sarebbe mai capace. Così mi consolo con questo pensiero, mentre giaccio mezzo morto sotto il sole.

Pubblicato originariamente su «The Independent»

Traduzione di Milena Zemira Ciccimarra

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