A cura di Richard Klin
RICHARD KLIN Se ricordo bene, hai cominciato come copy editor per il «New York Times».
HUGH NISSENSON Non ero propriamente un redattore. Ero più un ragazzo di bottega. Era un lavoro davvero seducente, mi piaceva molto: ero solo l’ultima ruota del carro, ma lavoravo fianco a fianco con famosi giornalisti e uomini di grande talento. Un giorno, tornando a casa, confidai a mia madre che ero molto combattuto, mi trovavo di fronte a un dilemma, perché mi avevano offerto una promozione. «E qual è il dilemma?» chiese lei. E io: «Beh, la prosa che questi tizi scrivono non è la quella che voglio scrivere io». Io volevo fare narrativa, volevo essere un artista. Lei mi disse: «Vieni a stare da me… e impara a scrivere scrivendo!». Le ero grato per la possibilità che mi offriva, e così feci: mi alzavo ogni mattina e cominciavo a scrivere, imparavo a scrivere racconti scrivendo racconti. E poi un giorno per caso ho ottenuto un lavoro in Israele, dovevo scrivere un film. Così partii per Israele a ventiquattro anni, e ci rimasi due anni. È stato lì che ho scritto la mia prima storia pubblicabile. Lì trovai il terreno – Israele, gli ebrei –, la metafora su cui ho lavorato per più di vent’anni. Quell’esperienza mi fece comprendere ciò che volevo davvero scrivere. All’inizio credevo di essere solo uno scrittore di racconti. Ero affascinato dalla forma del racconto… in genere sono molto affascinato dai problemi legati alla forma. È una questione sulla quale rifletto molto. Poi verso i trent’anni ho scritto un libro – un intero libro – che era il resoconto della mia esperienza in un kibbutz israeliano dall’estate del 1965 fino alla guerra dei sei giorni.
Stai parlando di Notes from the frontier.
Sì, Notes from the frontier. Poi scrissi un’altra raccolta di racconti, e solo dopo – quando avevo trentanove, o quarant’anni – concepii l’idea del mio primo romanzo, che è Le mie radici. Mi ci sono voluti due anni e nove mesi per scriverlo, ed è stato il mio ultimo romanzo convenzionale.
La tua scrittura è caratterizzata da un eclettismo davvero strabiliante. L’unico paragone immediato a cui riesco a pensare è Stanley Kubrick, che ovviamente non è uno scrittore. Hai raccontato il processo a Eichmann nel 1961 in Israele. Notes from the frontier, come tu stesso dicevi, è la cronaca della vita in un kibbutz, intorno e fino alla guerra dei sei giorni del 1967. Le mie radici è ambientato nel 1912 nel Lower East Side, L’albero della vita nel 1812 e Il canto della Terra nel 2057. Quanto tutto ciò è stato intenzionale da parte tua?
È stato deliberatamente intenzionale. Una delle cose che sentivo di voler fare come artista era espandere, per quanto potevo, le frontiere della mia immaginazione; andare ovunque le mie capacità immaginative mi avrebbero portato, e creare mondi paralleli. I buoni scrittori ti prendono e ti trasportano in una realtà diversa, qualcosa che non hai mai provato e provi solamente immaginandolo, grazie all’oggettivazione delle parole, attraverso l’uso del linguaggio. Ciò che resta costante nel mio lavoro è il materiale tematico. I temi sono sempre gli stessi, ma le metafore che li concretizzano sono cambiate enormemente nel corso degli anni. Il mio obiettivo è stato anche, come accennavo prima, di innovare la forma romanzo e – gli scrittori non ne parlano spesso – ma io volevo anche fare cose “belle”. Sento davvero il bisogno irresistibile di creare belle cose, begli oggetti, dalle mie parole.
A un’analisi superficiale, i tuoi romanzi appaiono classificabili in un genere che si potrebbe definire convenzionale. Invece riesci sempre a trasformare ogni linguaggio codificato. Per esempio, Le mie radici non è semplicemente la storia di un povero orfano ebreo a New York, c’è una presenza esotica, inquietante, minacciosa. E L’albero della vita è un tropo talmente ben costruito: la frontiera americana. Ma il romanzo è un vero e proprio “sfasciagenere”. Lo stesso vale per Il canto della Terra, un ibrido. Cominci con quel che sembra essere una specie di format e poi succede qualcosa di completamente diverso da ciò che ci si aspetterebbe.
Questa è la cosa che mi soddisfa maggiormente. Alla ricerca della bellezza e dell’originalità – o meglio, al tentativo di creare qualcosa di bello e originale – ho dedicato tutta la mia vita. Credo sia naturale che un autore desideri catturare l’attenzione e l’immaginazione del lettore. Fare qualcosa di diverso. Qualcosa che nessuno si aspetta. Qualcosa di non convenzionale. Voglio essere giudicato da un punto di vista estetico. Questa è la cosa che mi interessa di più.
L’ebraismo, naturalmente, influisce sul tuo lavoro. Cosa pensi del concetto, e del termine stesso, di “scrittore ebreo”? Credi che sia limitante? Appropriato? Non accurato?
Mi considero uno scrittore religioso, nel senso che tutti i miei lavori, in un modo o nell’altro, hanno a che fare con i grandi temi della religione: cosa siamo, c’è un Dio, qual è il nostro rapporto con questa divinità. L’impulso religioso è qualcosa che mi interessa da sempre. Cynthia Ozick una volta ha detto: «Hugh, tu non sei un ateo, ma una persona che ha fatto dell’ateismo una religione! Per te è una metafora». E in effetti per certi versi è vero. Sono affascinato dall’impulso religioso e mitico.
Adesso sto scrivendo il mio primo libro sulla New York contemporanea, il primo mio romanzo, da venticinque, trent’anni a questa parte, profondamente ebraico. Parla di un artista ebreo americano, Artie Rubin, un illustratore e scrittore laico e di orientamento liberale, una sorta di archetipo dell’Upper West Side, che ha una terrificante esperienza religiosa. È un libro che rappresenta un po’ la mia… come dire? La mia meditazione matura su cosa significa essere ebrei ai giorni nostri. In particolare, un ebreo laico. Da che parte stiamo, e cosa definisce il nostro ebraismo?
Il titolo è Rallegrati di queste cose al crepuscolo.
Esatto.
Qual è stata la genesi del romanzo?
Ho iniziato a scrivere il libro nella primavera del 2001. Avevo già in mente, a grandi linee, la storia di Artie. Sapevo che l’azione sarebbe iniziata il primo agosto di quell’anno e avrebbe abbracciato il periodo dei dieci giorni del pentimento. Poi c’è stato l’11 settembre. Non potevo non fare i conti con quell’evento. Ho dovuto necessariamente inserirlo nella trama del romanzo. Ma ciò che soprattutto mi interessava erano le implicazioni religiose di questa tragedia. Come influenza la fede dei diversi personaggi, cristiani ed ebrei. In un certo senso – anche se forse suona un po’ pretenzioso – sto scrivendo una “storia spirituale” di questo evento. Una delle cose affascinanti dell’11 settembre e della risposta americana è che c’è stata un’immediata risposta religiosa. Anche se naturalmente, che ci piaccia o no, non si può ignorare che c’è un conflitto tra le religioni, un intenso conflitto tra l’Islam e la visione religiosa occidentale.
Tra le altre cose, Rallegrati di queste cose al crepuscolo è anche un romanzo intergenerazionale che affronta il tema delle relazioni familiari. In un certo senso, è la tua opera più “domestica”. Come lo spieghi?
Volevo scrivere una specie di inno ai matrimoni felici. Sono stato felicemente sposato con mia moglie per più di quarant’anni. Abbiamo due figlie. quando ho iniziato a scrivere il libro, mi avvicinavo ai settant’anni, sono entrato in una fase della vita nella quale mi sento obbligato a riflettere sulla mia esistenza. Guardandomi attorno, vedo tutte le persone lottare come me contro la vecchiaia, la malattia, e la morte. Rallegrati di queste cose al crepuscolo vuol essere un’affermazione della bellezza delle piccole cose della vita, e del rinnovarsi della vita nelle nuove generazioni.



