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Bernard Krigstein, chi era costui?

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di Massimo Paravizzini

Bernard Krigstein (1919-1990) è stato un pittore, illustratore e fumettista americano. Nato il 22 marzo 1919 a Brooklyn, New York, Krigstein fu educato come un pittore classico. Oggi, però, viene ricordato soprattutto per il suo fondamentale contributo alla storica casa editrice di fumetti EC Comics, fondata da William Gaines. In un periodo in cui molti suoi colleghi consideravano il fumetto come un semplice prodotto di consumo, Krigstein lottò per espanderne i limiti espressivi. Fu negli anni Cinquanta che Krigstein iniziò a collaborare attivamente al parco testate della EC Comics, introducendo un nuovo modo di concepire il racconto a fumetti. Da allora, le sue storie apparvero su numerose riviste di suspense, horror e fantascienza, tra le quali «The Vault of Horror», «Crime SuspenStories», «Weird Science-Fantasy», e «Two-Fisted Tales».

Tra i titoli di punta della nuova linea editoriale inaugurata dalla EC Comics vi era «Impact», pubblicata nel 1955. Il bimestrale, diretto dallo sceneggiatore Al Feldstein, ebbe purtroppo vita breve (durò appena cinque numeri), ma lasciò ugualmente un segno indelebile nella storia del fumetto americano. Le copertine portavano la firma di Jack Davis, uno dei nomi più importanti del comicdom di quegli anni, mentre le storie all’interno erano illustrate da artisti del calibro dello stesso Davis, di George Evans, Jack Kamen, Graham Ingels, Joe Orlando, Reed Crandall e, appunto, Bernard Krigstein. Sul numero d’esordio di «Impact» (marzo-aprile 1955), Krigstein pubblicò il suo lavoro più famoso, su soggetto di Feldstein: Master Race, un potente racconto sull’Olocausto considerato, ancora oggi, una pietra miliare del fumetto. Questa splendida storia di otto pagine si fa notare sia per il moderno stile cinematografico (si osservi, per esempio, come Krigstein fosse già allora in grado di accelerare o rallentare il processo di lettura, sia utilizzando vignette di diverso formato che aumentando o diminuendo lo spazio bianco tra una vignetta e l’altra) adottato dall’autore che per la scelta del soggetto. Fino ad allora, infatti, il tema dell’Olocausto era stato affrontato di rado tanto dalla cultura “alta” quanto da quella “popolare”. Per questo motivo, in un articolo intitolato “Master Race” e l’Olocausto, Martin Jukovsky descrive la pubblicazione di Master Race nei termini di «un’impresa eccezionale»:

«Quando la EC pubblicò Master Race nel 1955, nei mass media non si parlava molto dell’assassinio di quei milioni di ebrei, zingari, oppositori politici e omosessuali da parte dei nazisti. Quelle immagini che ritraevano le camere a gas, le montagne di corpi ammonticchiati come legna, e il fumo dei corpi bruciati che fuoriusciva continuamente da alte ciminiere non avevano ancora messo radici nella coscienza collettiva. Ma quel materiale era lì. Bastava darci un’occhiata. La fotografia di Margaret Bourke-White pubblicata su Life, in cui si vedevano dei volti smorti fissare l’obiettivo dietro una recinzione di filo spinato – scattata durante l’evacuazione di un campo di concentramento alla fine della Seconda guerra mondiale – era stata ristampata in diverse occasioni. Questa foto, ormai familiare, echeggia nella quinta vignetta di pagina quattro di Master Race, così come nella versione del 1972 del Maus di Art Spiegelman (contenuta nel libro intitolato Breakdowns).  Five Chimneys. The Story of Auschwitz, lo sconvolgente resoconto di Olga Lenyel, sopravvissuta a un campo di sterminio, fu pubblicato nel 1947. Theory and Practice of Hell, di Eugen Kogon, che descriveva in dettaglio gli orribili meccanismi di funzionamento dei campi di sterminio tedeschi, uscì nel 1950. Man mano iniziarono a emergere dati concreti sull’incredibile numero di vittime e sulla fredda, risoluta efficienza con cui furono uccise. Molti americani iniziarono a discutere i crimini innominabili dell’Olocausto, ma la maggior parte non riusciva ancora a crederci. Master Race di Krigstein rappresentò perciò un’impresa eccezionale. Come parte del loro contributo agli sforzi della propaganda antitedesca, i film e i fumetti di guerra avevano mostrato i campi di concentramento e la brutalità dei nazisti. Ma non avevano mai mostrato i campi di sterminio (distinguendoli dai campi di concentramento) e quelle atrocità uniche, come gli esperimenti di medicina condotti sui vivi… Il racconto di Krigstein non si preoccupò di proteggere la sensibilità e l’autocompiacimento dei lettori del dopoguerra. Nella settima vignetta di pagina quattro, i cittadini si coprono il naso con un fazzoletto per proteggersi dal “puzzo di carne umana bruciata nei forni… di uomini… donne… bambini…”. Roghi di libri, sepolture di massa, una scena silenziosa che mostra come veniva eseguita in pratica un’operazione chirurgica su una cavia umana – Master Race descrive in maniera essenziale la follia della Germania nazista, così come la bruciante vendetta ispirata da questi crimini innominabili».

Più tardi, terminata la collaborazione con la EC Comics, Krigstein realizzò fumetti e vignette umoristiche per la celebre rivista «Mad». Alcune sue storie, come From Eternity Back to Here, Bringing Back Father e Crash McCool, sono considerate da Art Spiegelman, il celebre autore di Maus, tra le più grandi creazioni a fumetti di tutti i tempi.

Nei primi anni Sessanta, frustrato dai continui compromessi posti dall’industria del fumetto, che gli impedivano di esprimersi ai livelli che avrebbe voluto, Krigstein cominciò ad allontanarsi sempre di più dal mondo del fumetto, preferendo realizzare copertine e illustrazioni per riviste (tra cui «Harpers» e «American Heritage»), libri e dischi. Infine, si dedicò completamente alla pittura. Nel 1962 fu assunto alla High School of Art and Design di New York, dove insegnò per vent’anni.

Dopo la sua scomparsa, Krigstein ha ottenuto i più alti riconoscimenti del mondo del fumetto, compreso un Harvey Award (1992) e un Eisner Award (2003). Sempre nel 2003, è stato inserito nel Comic Book Hall of Fame.

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